Alla scoperta dei tesori di Veio

Partenza: Ponte Milvio
Distanza: 55 km
Dsl+: 550 mt circa
Arrivo: Ponte Milvio
Traccia: LontanoCheVai-TesoriDiVeio.gpx

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Giro stupendo: sterrato, ciclabile ed asfalto passando per strade secondarie di campagna in cui passano pochissime macchine.

Mediamente impegnativo più che altro per la sua durata; per viverselo in serenità saranno necessarie dalle 5 alle 6 ore.

Si parte da Ponte Milvio dove è presente una fontanella, si prende la ciclabile tiberina in direzione Castel Giubileo.
Superati Tor Di Quinto ed i vari campi sportivi, si deve prestare particolare attenzione al km 8 perché dobbiamo abbandonare la ciclabile prendendo la discesa a sinistra che porta alla stazione di Saxa Rubra.
Arrivati alla sbarra (quasi sempre aperta ma che andrebbe aperta e richiusa), inizia l’asfalto; andare dritti fino all’incrocio e girare a sinistra.
Prendere il cavalcavia che passa sopra alla Flaminia, facendo attenzione allo stop e proseguire fino all’incrocio dove girare a sinistra per via Carlo Angela (strada che porta all’Ospedale Sant’Andrea).
Da qui, o proseguite dritti fini all’incrocio e poi girate a destra, ma la strada non è meravigliosa ed è trafficata, oppure girate a destra alla piccola rotatoria per via di Quarto Peperino percorrendola tutta fino ad una sbarra facilmente superabile.

Superata la sbarra, andare a destra per la grande discesa, se mollate i freni arrivate anche a 55 km/h!
Appena superato il cavalcavia che passa sotto al GRA, girare a sinistra: qui inizia una parte sterrata molto tranquilla che passa in una proprietà privata (c’è una fattoria-agriturismo ed un B&B), dove ci sono delle sbarre e dei cancelli, ma c’è comunque un passaggio pedonale lasciato aperto. Personalmente è l’unico tratto di tutto il giro che un po’ mi scoccia perché non capisco se rischio di essere fucilato o se i passaggi lasciati aperti a mo’ di servitù siano effettivamente allo scopo. Ci sono passato decine di volte, facendo grandi “sorrisoni” e salutando eventuali pastori e lavoranti senza mai  avere problemi o essere rimproverato.
Purtroppo l’alternativa per non passare lì,  sarebbe inutilmente dispendiosa a livello di km e dsl.

Usciti dalla proprietà, ci ritroviamo su via della Giustiniana: manteniamo la destra e prendiamo via del Prato della Corte.
Dopo circa un km, c’è uno “strappetto” con una salita niente male, fortunatamente non è lunghissima.
Nota di colore per gli amanti del genere: finita la salita, sulla destra (ma voi malgrado le tentazioni NON dovete girare), c’è il club privè “Il Mondo Di Atlantis” di Jessica Rizzo.
La strada, che passa tra le campagne, è sempre dritta fino a quando non diviene sterrata e ci si trova davanti il bivio della Francigena (foto di rito): qui inizia l’anello di Veio che percorreremo in senso orario.
Al cartello giriamo quindi a sinistra e percorriamo il viale alberato per qualche centinaio di metri, facendo attenzione sulla destra all’ingresso del sentiero segnalato da un piccolo masso.

Inizia una simpatica discesa con un po’ di pietraia, nulla di preoccupante, fino ad arrivare al ponticello di legno.

Si prosegue dritti sul sentiero ed inizia una salitella che ci porterà al bivio per Isola Farnese.
Al bivio girare a destra, seguite la strada (dove è presente una fontanella) fino al castello, foto con il carretto di legno e tornate indietro ripassando davanti al bivio da cui provenivate.

Proseguiamo dritti fino al bivio a destra per via Riserva Campetti che ci porterà fino al cartello di “Benvenuti a Veio” ed alla bellissima cascata della mola.
Arrivati alla cascata, appena superato il ponticello, girare a destra (la cascata invece sta alla sinistra del ponticello),
seguire il sentiero tenendo sempre la sinistra. Superato il bivio, passerete sulla collina, d’estate il terreno è lunare, di terra arida, molto suggestivo con panorama su tutta la campagna e sulle balle di fieno.

Al bivio con vicolo Formellese, andare a destra e dopo poco entrare a sinistra, il sentiero è segnalato. Qui fare attenzione a seconda della vostra esperienza e della vostra bicicletta: c’è subito una discesa che, in alcune stagioni a seconda delle piogge, spesso è un po’ scassata con buche e pietre. Nulla di lungo ed estremo, ma c’è da fare attenzione – nel caso scendete dalla bici.

Il sentiero è sempre visibile e lo si percorre fino a Ponte Sodo, dove bisogna lasciare la bicicletta e fare un piccolo pezzetto a piedi per apprezzare la grotta ed il ruscello.

Proseguite fino a quando arriverete ad un grande bivio pieno di cartelli dei vari sentieri, qui valutare se siete in ritardo o stanchi e volete rientrare, in questo caso andate a destra per andare a chiudere l’anello e tornare al primo cartello della Francigena (quello della foto di rito), oppure e ve lo consiglio vivamente, girare a sinistra in direzione della cascata de Fosso Degli Olmetti alla Selvotta.

Personalmente cerco sempre di arrivarci per pranzo perché il posto è veramente bello, c’è una castatella, un ponticello, una grotta e anche una panchina.
Quando cadono le foglie, il laghetto che si forma sotto la cascatella, si tinge di vari colori permettendovi delle foto bellissime.

Dopo esservi rilassati il giusto ed aver fatto tutte le foto del caso, occorre tornare indietro ripercorrendo i vari sentieri fino al bivio che ci porterà alla chiusura dell’anello.
Dopo qualche km dal bivio, passeremo per campo di volo, un pratone con dei capanni attrezzati dove gli appassionati di aeromodellismo fanno volare degli aerei pazzeschi, se capitate nel momento giusto e vi interessa l’argomento, vi porterà via un po’ di tempo.

Proseguendo tornerete al cartello della Francigena, da qui riprenderete via del Prato della Corte che adesso è in gran parte in discesa ed il percorso è lo stesso dell’andata, passare nuovamente per la proprietà privata etc…
Subito dopo il GRA, dovrete affrontare quella che adesso è diventata una salita fino alla rotatoria, poi la sbarra di via di Quarto Peperino.
Superare il cavalcavia della Flaminia e andare a riprendere la ciclabile da Saxa Rubra fino a ponte Milvio.

Il percorso potrebbe essere accorciato in km e durata totale, se si sceglie di limitarlo al solo anello di parco di Veio, partendo ad esempio dalla stazione ferroviaria FM3 dell’Olgiata (zona Cassia – Isola Farnese), ma a mio avviso il giro perde completamente senso nella scoperta e nel “timing” con cui si arriva alle varie attrazioni.

Addio al celibato sui Simbruini

“E Giacomino si sposa…” – eh sì, è “capitato” anche a me 😉

Se qualche anno fa, qualcuno mi avesse chiesto come avrei immaginato il mio addio al celibato, avrei pensato al film “Una notte da leoni”, 4 amici che vanno a Las Vegas e ne combinano di ogni.
Purtroppo o per fortuna le cose cambiano, mettiamoci dentro la pandemia ed il covid-19, ne consegue che organizzare un viaggio non era proprio possibile.
Però qualcosa voglio fare, la sola idea di non fare nulla mi mette un po’ di tristezza e dal momento che con il team abbiamo in programma di tornare sui Simbruini in Abruzzo per un giro bike, contatto l’organizzatore e gli dico: “sai mi piacerebbe sfruttare l’occasione dell’uscita per fare un po’ di festa, che ne pensi se ci organizziamo in modo che a fine giro facciamo una bella braciata?”
Colgo subito un certo entusiasmo e soprattutto una disponibilità che, seppur ci conosciamo da pochi anni, solo un amico potrebbe.
E così iniziano una serie di messaggi e note vocali sull’organizzazione della braciata, stiliamo una lista precisa di tutto quello che dobbiamo comprare e portare, dalla carne, al pane e vino, ai vassoi e i forchettoni.
La cosa funzionerà così, il presidente con il suo mitico pandino stracarico di tutti i viveri e le vettovaglie, andrà a parcheggiarlo di buon ora nei pressi della zona attrezzata con barbecue e tavolini nella Piana di Camposecco. Da qui in bicicletta si dirigerà verso il punto di partenza del giro a Camerata Nuova.

Arriva il fatidico giorno e alle ore 8.30 del mattino siamo una “sporca dozzina” in sella alle nostre bici presso il parcheggio di Camerata.
Qui mi fanno una sorpresa bellissima: hanno stampato per tutti i partecipanti un pettorale (che nelle gare e nelle cicloturistiche viene montato sul manubrio della bici) con una mia foto e la scritta “è finita la pacchia -28gg”. Vedere tutti gli amici esporlo sulla propria bici è stato veramente un gesto che, non solo mi ha fatto piacere, mi ha anche commosso.
La seconda sorpresa è una bambola gonfiabile in miniatura, che mi sono dovuto legare allo zaino e portare per tutto il giro: una sciccheria!

In questa occasione vi risparmio la descrizione del giro e soprattutto della sua bellezza; i paesaggi sono mozzafiato, l’aria è “pizzicoreccia”, c’è il sole a picco ma l’aria è fresca… si sta benissimo.
Il giro ad anello, prevede quindi di partire da Camerata, addentrarsi nei vari sentieri e soprattutto ero in fissa con il voler raggiungere la vetta di Monte Autore di cui, in particolare dalle foto viste in giro, mi affascinava un fantoccio dove chi lo raggiunge appende un piccolo ricordo, un braccialetto, un cappellino, una bandana; una volta raggiunta la vetta a 1850 mt, raggiungere Camposecco per l’agognata braciata.

Sarà stato perché abbiamo fatto mille foto tutti insieme con panorami e scorci che non potevano rimanere impuniti, sarà stato perché quando si è in tanti il ritardo è inevitabile, vuoi che, e questa è sicuramente la tesi più accreditata, abbiamo fatto male i conti, ma appena iniziata la scalata verso Monte Autore era circa mezzogiorno e mezza.
Il presidente mi dice: “…per salire in vetta ci vogliono almeno 2 ore, poi dobbiamo riscendere e arrivare al campo base, minimo un’altra ora, il tempo sta anche cambiando… arriveremo alla braciata alle 15..16 con il fuoco da accendere; facciamo troppo tardi: dobbiamo lasciar perdere la vetta”.
Il mio disappunto è totale: avevo incentrato tutto su due cose, la braciata ed il fantoccio in vetta… però non c’è storia, ha ragione, se ci vogliamo godere il barbecue, dobbiamo lasciar perdere la vetta.
Faccio pace con me stesso e raggiungiamo Camposecco, una braciata memorabile: il presidente ha pensato a tutto, “o vino bono dei Castelli” venduto sfuso, la carne e le salsicce del macellaio di fiducia, provoloni, olive e patatine, salamelle e bruschettame vario ma soprattutto gli amici e le risate.
Ovviamente si festeggia e nessuno bada a moderarsi nel cibo e nel vino, tanto l’intenzione è poi quella di “morire” sul prato al sole e sonnecchiare qualche ora prima di fare rientro a Roma.
Stiamo veramente bene e sinceramente credo che quando si parla di vita, parliamo di situazioni così.

Io però non ci sto, il tarlo, la “ralla” come la definisco io, è qualcosa che quando mi parte, quando mi entra in testa… non ce n’è.
Come già dissi una volta durante un’altra uscita epica, sotto la cascata di San Giuliano, scesi dalla bici ed esclamai a tutti: “si vive una volta sola, io non lo so se domani stiamo su questa terra” – mi levai le scarpe e mi buttai, fu uno dei bagni più rigeneranti ed appaganti che ricordo, soprattutto dopo che avevamo fatto 5 ore di bici sotto al sole… neanche ve lo dico che chi era in dubbio si buttò con me sotto la cascata.
Allo stesso modo sui Simbruini esclamai: “preside’ …io salgo a Monte Autore!”.
L’incredulità era generale, vidi in quel momento un amico steso per terra mezzo collassato, eravamo “fatti” di pane, carne e vino…
Il presidente, più matto più di me, su queste cose è una garanzia: “Namo!” (Andiamo!)
Alla fine eravamo solo 5 “arditi” a partecipare all’impresa, c’era chi doveva rientrare e chi veramente non se la sentiva.
Rassettiamo il campo, carichiamo tutte le cose avanzate nel pandino, riprendiamo le bici e partiamo: impieghiamo un’ora solo per ripercorrere una parte del sentiero, poi un’altra ora e mezza per salire in vetta.
Che ve lo dico a fare, sembravamo dei cavernicoli, quando siamo arrivati in vetta qualcuno ha esclamato: “ci siamo arrivati a forza di rutti e scorregge!” – credo si intendesse dire che, data la pesantezza del pranzo, pedalare in piena digestione, era stato particolarmente “sfidante”.

Arrivati in vetta il panorama è mozzafiato, il fantoccio con le collanine ed i vari cimeli di chi è arrivato lì prima di noi, veramente emozionante. Noi ci abbiamo lasciato il pettorale del mio addio al celibato.
Dopo aver scattato mille foto da tutte le prospettive, aver mandato video a chi ci aveva detto che eravamo matti e che non saremmo mai arrivati in cima, abbiamo girato le bici e ci siamo fatti 40 minuti senza pedalare di totale discesa fino alla macchina.
Arrivato a Camerata Nuova, mi sono seduto al bar, al tramonto, per sorseggiare un tè freddo e riflettere sulla giornata appena vissuta, per poi riprendere la macchina e rientrare a casa.

Una giornata stupenda, un “addio” andato oltre ogni aspettativa ed immaginazione, qualcosa che ricorderò per sempre.

Il bue e la notte

Questo sport è una brutta “bestia”, ma sicuramente non è un bue.
Per chi come me non è mai stato un fuscello e oltre che per la la bici e la natura, ha anche una grande passione per la cucina, il mantenere una forma fisica che ti permetta poi di vivere in serenità le uscite del sabato o della domenica, laddove i dislivelli cominciano a farsi importanti, non è di certo una cosa semplice.
Personalmente dei numeroni, dei KOM e delle sfide con gli altri non mi interessa proprio… ma una cosa è certa, la bici è passione e fatica.
Non c’è storia, i giri in bici più belli, prevedono sempre non tanto il numero elevato di km, ma il dislivello. Per dislivello si intendono salite e sforzi proporzionati al grado di pendenza.
Tutto questo per dire che a volte mi sono ritrovato in posti stupendi che a causa della mia scarsa condizione fisica e dell’allenamento, non mi sono goduto per niente… ho sofferto e basta.
E’ così che da un po’ di tempo ho preso l’abitudine di uscire almeno due volte durante la settimana subito dopo il lavoro, nella speranza di godermi meglio l’uscita del weekend.
Ne consegue che in primavera ancora fa buio abbastanza presto e quindi giro sempre attrezzato con un faretto per illuminarmi la strada.
Oggi volevo proprio uscire per tempo, non voglio interrompere questa buona abitudine delle tre uscite settimanali ma eccolo lì che il problema dell’ultimo minuto sul lavoro mi trattiene più del previsto.

Arrivo a casa e valuto che un giretto, seppur piccolino, lo riesco a fare.
Prendo come al solito la ciclabile che passa sotto casa ed arrivo a ponte Milvio, me ne vado a villa Ada e faccio per tornare a casa.
Inizia a tramontare fino a quando, a qualche km da casa, d’improvviso è buio pesto. Di solito, monto il faretto sul manubrio della bici ma questa volta chissà perché lo monto direttamente in testa sul caschetto, la ciclabile non è illuminata, costeggia il Tevere da un lato e dall’altro c’è campagna.

Per tornare a casa devo uscire dalla ciclabile per una stradina sterrata che porta ad una piana, un pratone nel nulla attraverso il quale posso riprendere una strada asfaltata che si collega alla “vita” e poi a casa mia.
Imbocco questa stradina sterrata in discesa, particolare non trascurabile, quando faccio il seguente pensiero: “speriamo che non ci sia la mandria di vacche che di giorno “bazzica” il pratone”.
Ecco, neanche finisco il pensiero che mi sbarra la strada, un ammasso di carne e corna grosso quanto una monovolume. Premetto che io sono amante degli animali ed in linea di massima, a meno di insetti, serpi e bestie disgustose, mi piace sempre interagirci e non ho quasi mai paura.
Nella fattispecie quello che alla fine capisco essere un bue… era enorme e anche le sue corna lo erano!

La situazione è la seguente: alle mie spalle quella che prima era una “discesetta” adesso è diventata una “salitella”, a sinistra una recinzione, a destra c’è il proseguimento della ciclabile da cui provenivo ma che è inaccessibile sia perché sopraelevata, sia perché piena di rovi, davanti a me l’unica strada per tornare a casa con questo “piccolo” impedimento.
Cerco di pensare velocemente e mi butto completamente addosso alla recinzione facendomi scudo per precauzione con la bicicletta, in questo modo penso che il bue avrà strada libera e potrà passarmi davanti ad una certa distanza in modo che io possa proseguire ed ognuno per la sua.
Inizialmente va proprio come avevo immaginato, se non fosse che proprio quando arriva alla mia altezza e mi sta per superare devia bruscamente verso di me, probabilmente incuriosito dal faretto lampeggiante che avevo in capoccia (sulla mia testa)!
A quel punto il mio corpo agisce di propria iniziativa… non è stato il mio cervello lo assicuro, probabilmente un istinto primordiale: allargo le braccia come a farmi grosso, forse vecchi retaggi di Geo&Geo chi lo sa, ed in quel momento mi esce un urlo cavernoso che nei giorni successivi ho provato a riprodurre ma senza successo… sembravo un orso.
A quel punto, quando nel frattempo il bue ormai mi era arrivato a 30 cm dalla faccia, ma solo a quel punto, gli ho visto gli occhi: era terrorizzato.
Ha preso una rincorsa e si è arrampicato per la sponda della ciclabile, quella piena di rovi, slittando a destra e sinistra.
In quel momento mi si libera la strada, adrenalina a mille… prendo ed inizio a pedalare forte, avevo anche paura di incontrarne altri.
Proprio mentre me la davo, sento un urlo provenire dalla ciclabile: il bue era salito proprio in mezzo alla ciclabile ed al 90% un altro sfortunato se lo era trovato in mezzo alla strada… eh sì, per colpa mia.
Se non è andata così, c’è il 10% di possibilità che il bue abbia iniziato a parlare.

Sono tornato a casa che tremavo, ho avuto veramente paura che mi caricasse e successivamente mi sono sentito terribilmente in colpa per il bue, l’avrò fatto morire di crepacuore poveraccio; poi ho anche pensato all’altro cristiano che se l’è trovato davanti.
Non vi nego che il giorno dopo ho prestato attenzione agli articoli di RomaToday per sapere se c’erano stati “problemi” sulla ciclabile…

Quello nella foto è il bue in oggetto immortalato qualche giorno dopo sempre nella stessa zona…

#18 – da Mammoth Lake a San Francisco, Yosemite

Non so come mi sia venuto in mente in fase di organizzazione, probabilmente non c’era altra soluzione, ma oggi ci spettano 7 ore di macchina totali con annessa visita dello spettacolare ed immenso Yosemite National Park.

Ci svegliamo presto per il check-out e attraversiamo la strada si fronte al Motel dove c’è un bar-panificio che esteticamente ricorda la casa delle civette di villa Torlonia, una cosa stupenda da fuori, il paradiso dei golosi quando sei dentro.
Facciamo colazione con cappuccino e torte del giorno per poi spostarci nel lato panificio: preparano dei cestini con panini farciti con una punta di petto che si sfalda allo sguardo e svariati condimenti da decidere insieme alla signora. Il box del panino è enorme e bellissimo, una carta con una trama a scacchi tipo bandiera di formula uno, avvolge il panino: non vediamo l’ora di mangiarli pur essendo sazi della colazione appena fatta.

L’ingresso del parco è  molto vicino al Motel, quindi arriviamo subito.
Il programma prevede di prendere la strada panoramica, che va percorsa per circa due ore e che taglia tutto il parco e fermarsi lungo i vari punti di interesse.
Allo Yosemite entriamo sempre con la tessera parchi (che grande acquisto che è stato!).
La strada è addirittura meglio di come avevo letto nelle descrizioni, ci sono spot per fare le foto ovunque, boschi, montagne, ruscelli e panorami mozzafiato. E’ pieno di van di persone, gruppi e famiglie che hanno pernottato all’interno del parco, deve essere stata un’esperienza pazzesca.
Continuiamo a percorrere la strada ma è talmente bella che i km non si sentono, un piacere per gli occhi.
Arriviamo al Tioga Lake, un lago sì… ma un lago dove abbiamo lasciato il cuore: dovevamo starci poco e ci siamo trattenuti più di un’ora.
Parcheggiamo e percorriamo un piccolo sentiero che ci porta subito sulla riva del lago, l’acqua è cristallina e c’è una pace totale. Lungo la riva ci sono sia delle spiaggette che dei grossi massi da cui famiglie totalmente attrezzate di qualunque comodità ed arnesi da campeggio, sono intente a pescare e trascorrere la giornata, bellissima, assolata ma con aria fresca di montagna.
Ci colpisce un padre che sta pescando con i figli ed aveva messo dei panini a “tostare” sopra un grosso masso al sole.
E’ talmente bello che ci sediamo su un masso, ci togliamo le scarpe e le immergiamo nell’acqua di ghiacciaio… totalmente gelata. E’ tutto stupendo e nonostante ci siano altre forme di vita oltre a noi, tutto appare incontaminato.

Controvoglia, riprendiamo la macchina e continuiamo la strada panoramica.
In tutto questo si è fatta ora di pranzo, intravvediamo un sentiero che si addentra nel bosco seguendo un ruscello; prendiamo in nostri box del pranzo e ci incamminiamo.
Quello che vediamo è natura, bosco, montagna, fiumi, animali e tanta pace. Ci accampiamo lungo un torrente e ci gustiamo il pazzesco panino di punta di petto… dentro al box era previsto a sorpresa un grosso cookie, un biscottone tondo buonissimo.
Rimaniamo in questo incanto per un’oretta, ma poi tristemente prendiamo atto che ci aspettano ancora altre 5 ore di macchina per arrivare a San Francisco.

Lo Yosemite meriterebbe tanto altro tempo che non abbiamo ed anzi ci vediamo costretti a tagliare delle tappe e delle attrazioni che avevamo programmato di vedere, una su tutte “El Capitan”, l’enorme e famoso monolite. Le distanze sono veramente enormi, le cose da vedere infinite e vediamo anche dal navigatore che si sta formando del traffico: ci riteniamo più che soddisfatti e fortunati per aver trascorso queste ore magnifiche.

Sempre seguendo il navigatore, arriviamo a San Francisco al motel, migliore e molto più costoso di quello che avevo prenotato per la prima notte di questo fantastico viaggio e a cui avevo dedicato particolare attenzione in fase di scelta e prenotazione visto che qui ci dovremmo pernottare 3 notti.
Arriviamo in questa zona che non conoscevamo, mi sembra un quartiere veramente brutto e non mi ci ritrovo molto, doveva essere molto vicino alla baia e a tutti i “pier”…

Perdiamo un sacco di tempo nel cercare un parcheggio che non sia a pagamento, a San Francisco oltre ad essere difficile trovarlo ti mazzolano veramente, ma alla fine lo troviamo anche se siamo un po’ distanti dal motel ci incamminiamo con le valige che per fortuna hanno entrambe 4 rotelle.
La zona puzza, è piena di senza te tetto, non si può girare: “ecco non solo ho preso una “crepa” dal punto di vista economico, a meno di 220€ a notte non c’era nulla di decoroso, ma è anche brutto e scomodo…
Andiamo per fare il check-in e vedo un certo trambusto, l’operatore della hall ha problemi con la nostra prenotazione, chiama una collega… parlottano, la vedo nera: vai a cercare di sera dopo tutte quelle ore di macchina un posto per dormire a San Francisco, tristezza e sconforto!
Dopo un po’ uno dei due esclama “oh wrong hotel”: – “hotel sbagliato??” – guarda se adesso non gli devo tirare in testa il divano su cui eravamo in attesa che si chiarissero.
Niente da fare, tutta colpa mia. Il motel era una catena e cercandolo sul navigatore, avevo impostato il nome giusto ma nel quartiere sbagliato: come avrebbe detto mia mamma: mi sono sentito un pizzico!

Recuperiamo la macchina e seguendo le giuste indicazioni cambia tutto: il quartiere è molto carino, si vede il mare, i locali… tutto un altro mondo ed infatti per tutto primo periodo non riuscivo proprio a spiegarmi come mai avessi preso una sola del genere dopo averci perso tanto tempo il mese da casa con il mio mac sulla panza.
La camera è semplice ma decorosa, ovviamente nessun fasto e nulla che ci lasci a bocca aperta… in realtà la bocca vorremmo soddisfarla ma siamo molto stanchi e ci accontentiamo di un ristorante polacco che lì va molto, ma sinceramente a parte la birra, il goulash non ci ha emozionato.
Stremati torniamo al motel e dormiamo nel giro di 5 minuti.

#17 – da Las Vegas a Mammoth Lakes

Oggi giornata di spostamenti, dobbiamo lasciare Las Vegas e raggiungere Mammoth Lakes e saranno 5 ore di macchina.
Mammoth Lakes è l’ennesima situazione di scelta di motel nel paesino più vicino all’attrazione del giorno dopo, ovvero lo Yosemity National Park, altro parco che ho avuto per parecchio come sfondo del desktop del Mac Os.

Mentre guido non posso fare a meno di guardarmi il polso, ieri per l’anniversario, ho ricevuto un “tennis”, un bracciale formato da tanti quadratini neri luccicosi simil swarovsky uniti tra loro.
Mi è stato consegnato dicendo: “sentiti tranquillo, probabilmente non ti piace… non ti fare problemi, lo possiamo cambiare”.

Con questa premessa, sicuramente devo aver scartato il pacchetto con una certa diffidenza, forse un naso un po’ storto come di chi controlla sotto la suola se tante volte ha pestato un cacca…

Aggiungo che non ho mai portato bracciali in vita mia e da pochi anni porto l’orologio che in passato mi ha sempre dato fastidio.

Indosso questo bracciale e sono abbastanza perplesso: l’oggetto in se è molto bello, ma indossato sul mio polso pelosetto, sinceramente stona… sembra un bracciale troppo fino, ho l’iniziale sensazione che sia un po’ da donna; lo indosso comunque, senza troppa convinzione.

Mentre guido mi ci va l’occhio ripetutamente e tutto sommato non mi sta male, era solo questione di abitudine.

Per pranzo sostiamo dal solito “Denny’s”, scendo dalla macchina e prendo dal portabagagli lo zaino con la reflex, i documenti ed altre cose che non mi sento di lasciare: ci accomodiamo e prendiamo i soliti burgers che ci piacciono tanto, una pepsi a refill e ripartiamo.

Le ore in macchina passano ascoltando SiriusXm, un’applicazione satellitare con centinaia di stazioni radio, in particolare sia assidui ascoltatori di “90s on 9”, dove ripropongono tutta musica anni 90: musiche stupende, colonne sonore dei viaggi in europa di quando vivevo in Belgio da piccolo, tanta nostalgia…

Arriviamo a Mammoth Lakes al “Motel 6”, faccio per aprire la portiera della macchina e mi accorgo di non avere più al polso il tennis: l’ultima volta che l’ho visto era prima del pranzo, nel frattempo non abbiamo fatto altre soste, devo averlo perso quando scendendo dalla macchina ho preso lo zaino, unico momento in cui in effetti avevo varie cose in mano e si potrebbe essere impigliato.
Da qui in poi la mia compagna si convince che io l’abbia buttato di proposito perché mi faceva schifo… hai voglia a giurare che non è andata così. Questo fatto mi ricorda una volta che le dissi: “guarda questo vestito non ti sta tanto bene, non ti valorizza” – lei mi rispose “ok, ho capito sono un cesso a pedali” – che tra parentesi è proprio un’espressione che non mi appartiene. Dopo qualche giorno è diventato che io le ho detto “cesso a pedali”!

Dopo aver smontato la macchina senza successo in cerca del tennis, ci dirigiamo subito al Motel, facciamo il check-in e molliamo le valige.
Siamo stanchi e non vediamo l’ora di andare a cena per poi così andare a dormire, anche domani sarà una giornata molto impegnativa, diverse ore di guida e visita in giornata di una riserva naturale grossa quanto il Lazio dove chi la visita di solito ci trascorre diversi giorni… sarà un’ammazzata.

Tramite “Trip” andiamo a cena nel più quotato ristorante del posto, squadra che vince non si cambia ed io continuo ad ordinare zuppe di vongole e granchi reali, cena ovviamente deliziosa.
Mammoth Lake è bellissima, è un paesino montanaro in mezzo ai boschi dove vedi solo pick-up che vanno all’ipermercato, che di solito è leroy marlen, ikea e la conad nello stesso negozio, a fare provviste come se a breve arriverà il giorno del giudizio e bisognerà inchiodare le finestre con le tavole di legno…

Facciamo rientro al motel, questa volta veramente essenziale giusto per dormire, ci colpisce che tutti i cestini dell’immondizia esterni, sia nel paesino che nel Motel, sono blindati con dei cartelli di attenzione agli orsi.
La mia compagna vorrebbe tanto trovarsene uno alla finestra della stanza al piano terra, io meno sinceramente.
Anche qui i soffitti/pavimenti di legno scricchiolano in modo assurdo al camminare dei clienti delle camere del primo piano, questa è una cosa che vi dovete segnare bene, se potete scegliete sempre ultimi piani!