#14 – da Moab a Panguitch, Arches National Park

Tra tutti i pernottamenti, l’Adventure Inn Moab è stato decisamente il più scadente, la colazione immaginiamo che non possa essere luculliana ed infatti giusto una cioccolata e qualche dolcetto: ci rifaremo da “Denny’s”.
Di fronte al motel, noto un negozio di biciclette, devo assolutamente entrarci.
Già prima di entrare sturbo, inutile citare marche e modelli, ma esposte fuori ce ne sono a decine, tutte spettacolari, bici dai 3000$ in su.
Mi colpisce il fatto che su ogni bici è riportato un doppio prezzo, per il nuovo e per l’usato. Mentre sbavo con bramosia, mi passa davanti un furgone con i loghi del negozio e decine di bici appese esternamente, a bordo gruppi di ciclisti “bardati” da testa a piedi.
Capisco che questo non è un semplice negozio.
Entro dentro, un sogno, tantissimi accessori, abbigliamento tecnico e soprattutto appesa ad un muro una cartina gigantesca del luogo con decine di trails (percorsi) per le mountain bike: più che sulla vendita, credo che il negozio punti molto sull’organizzazione delle escursioni in MTB.
In questo momento sto bruciando, non so che darei per poterci rimanere qualche giorno, chissà questi ragazzi dove andranno e cosa vedranno, se i trails sono pericolosi, come deve essere pedalare sulle sponde del fiume Colorado… tutti questi pensieri mi frullano in un secondo.
Penso: “ti immagini tornare a Roma e poter dire sono stato in MTB nel Moab?”; purtroppo questo è un film che non verrà girato oggi.
Non posso andarmene così e quindi compro una mini pompa potentissima per gonfiare le gomme ed una maglietta del negozio, magre consolazioni.

Anche oggi giornata di spostamenti, si prevedono 5h di guida ma prima visitiamo Arches National Park.
Qui la tessera parchi vale, non paghiamo! (Lo so questa storia della tessera la vivo male).
Di tutti i parchi, sinceramente questo è quello che abbiamo apprezzato meno: il parco è attraversato dalla “solita” scenic drive, strada asfalta che percorre il parco con vari punti panoramici e diversi sentieri da affrontare a piedi.
Qualche bella foto l’abbiamo scattata anche qui, ma non consiglierei di mettere questo parco nel vostro itinerario.
L’ambientazione è totalmente desertica, sabbia e sassi intervallati da qualche piccolo cespuglio, sterpaglie, “callara”.
Il parco, da cui prende il nome, è famoso per gli archi di arenaria formatisi con l’erosione del vento, in particolare per il Delicate Arch. Raggiungiamo il parcheggio da cui sarà possibile osservare l’arco ad un miglio di distanza.
Dopo poche decine di metri di cammino, arriviamo al view point: siamo talmente lontani che la visione di questo arco è quasi impercettibile, inutile essere arrivati lì o meglio, serve a capire che il percorso consigliato, quello per andare fin sotto l’arco, si inerpica per un sentiero nel deserto lungo quasi 5 km; da dove siamo, le persone che lo stanno percorrendo si distinguono a fatica. Fa un caldo allucinante e sinceramente pensiamo due cose: abbiamo davanti a noi ancora 5 ore di viaggio in macchina, aggiungere anche 2 ore e mezza di cammino sotto il sole, ci sfinirebbe.
Che poi in realtà, non abbiamo problemi di fatica, ma non riteniamo che farsi una scalata del genere sotto il sol leone valga effettivamente la pena, sappiamo per certo che abbiamo altre cose fantastiche da vedere e dove impegnare i nostri sforzi; del resto quasi 2 ore di strada panoramica all’interno del parco le abbiamo trascorse, possiamo ritenere il parco “visitato”.
Risaliamo in macchina, facciamo nuovamente rifornimento e vista l’ora ci facciamo un hamburger da “Denny’s“.

Guido per parecchie ore ed il paesaggio cambia continuamente fino a quando dal deserto passiamo in una zona di fiumi, alberi e colori bellissimi…
Siamo diretti a Panguitch, cittadina mai sentita prima e scelta perché l’indomani sarà la volta del Bryce Canyon National Park; gli alloggi nelle zone limitrofe del parco, erano abbastanza costosi e comunque quasi tutti delle specie di bungalow.
In fase organizzativa, con l’ormai collaudata tecnica di cercare con Google Satellite l’agglomerato cittadino più vicino al punto ti interesse, nella fattispecie il parco, era “sbucata” fuori Panguitch.
Avevo quindi cercato un alloggio e trovato un B&B ad un prezzo onesto e che dalle foto sembrava molto carino.
Dico sembrava perché la struttura che ci ha ospitato e la proprietaria che lo gestisce, si sono rivelati eccezionali ed oltre ogni nostra più rosea aspettativa.
Già da fuori rimaniamo a bocca aperta, una villetta di due piani totalmente di legno, bianca e grigia, esattamente come quelle che si vedono nei film, realtà dove si prende il pickup e si va in paese a fare scorte di legna e materiali da ferramenta, dove i viveri si acquistano a “pallet” per soddisfare le necessità per stagioni intere.
I giardini sono curatissimi, il prato verde smeraldo, tagliato qualche ora prima. Ci sono delle zone comuni con salottini esterni molto graziosi e giganteschi barbecue a disposizione dei clienti.
La proprietaria, una signora sui cinquantacinque, decisamente gentile ed accogliente, dopo aver sbrigato le pratiche del check in, ci chiede se l’indomani avremmo preferito la colazione dolce o salata; ci facciamo consigliare un ristorante per la cena.
La camera è meravigliosa, tutta in stile shabby, un letto gigantesco comodissimo, una console per il trucco, poltrone, cuscini ed ogni sorta di ornamento che si percepiva arredato come se si trattasse di casa propria. La moquette qui è pulitissima, la camera profuma; il bagno è molto spazioso, c’è sia la vasca che un’enorme doccia.
In una frazione di secondo capiamo che qui sarebbe stato bello rimanere due o tre giorni.
Come ormai d’abitudine, sistemiamo i bagagli ma non troppo, domani ahimè andremo via e quindi cerchiamo di tirare fuori meno cose possibile per essere più veloci nel check-out, ci diamo una rinfrescata ed usciamo alla volta di “Cowboy’s Smokehouse Cafe”, la steak house consigliataci.
Per arrivare al ristorante, passeggiamo per Panguitch: una vera sorpresa, è un posto delizioso, passiamo davanti alla biblioteca, ci sono calessi, antiche botti anti-incendio con ruote di legno, vediamo botteghe e negozi di artigianato locale; abbiamo l’impressione che sia una piccola comunità dove tutti si conoscono e tutti si aiutano l’un l’altro.
Al ristorante c’è parecchia fila, lasciamo il nome e ne approfittiamo per comprare qualche ricordino, in particolare sono stato stregato da un attaccapanni dove i ganci sono a forma di stivale da cowboy: ancora lo devo appendere a casa.
Il servizio è molto lento e non avendo preso “starters” (antipasti), abbiamo una fame nera, veniamo ripagati solo quando mi portano una “smoked t-bone”, bistecca con il classico osso a T con questo retrogusto di affumicato che le da un gusto eccezionale e la “jacket potato”, una patata cotta alla brace che poi viene spaccata e riempita con formaggi o panna acida.
La mia compagna sceglie il tris della casa, costolette, manzo e un’altra bestia che non ricordo: praticamente arriva un piatto dove ci saranno stati 1,5 kg di ciccia con contorni vari di patatine fritte e fagiolini – ovviamente più della metà di questo piatto ho dovuto terminarla io.
Abbiamo mangiato ottimamente e a prezzi ragionevoli, pieni come due otri non vediamo l’ora di andare a morire su quel letto comodissimo che ci sta aspettando.

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