#16 – Las Vegas, Anniversario

Oggi è il nostro anniversario di fidanzamento!
L’imperativo della giornata è: non fare una mazza, relax totale in piscina e poi pensare ad un posticino per la cena.

Facciamo colazione al bar del Bally’s, un bancone in mezzo al salone del casinò, dove già di prima mattina o magari senza sosta della sera precedente, qualche irriducibile sperpera imperterrito i propri averi.
Già in costume e con gli zainetti al seguito, andiamo alla piscina dell’hotel, ci posizioniamo con i lettini a ridosso di una siepe ed una palma altissima.
La piscina è molto grande ed è piena di palloni colorati di tutte le grandezze e vuoi o non vuoi, alla fine tutti si ritrovano a lanciare questi palloni, alcuni veramente grandi e scambiare qualche palleggio con qualche amico.
Il sole pian piano sale allo zenith, palma e siepe non fanno più ombra, il caldo non è afoso ma la pelle a contatto diretto brucia: anche se è il paese dei balocchi, siamo nel deserto.
Si rende quindi indispensabile buttarsi in acqua di continuo, mi sarebbe piaciuto appisolarmi ma non facevi in tempo ad asciugarti che dovevi ributtarti in acqua. Quando siamo sul lettino, ognuno si rilassa a suo modo, io ascolto Spotify e la mia compagna legge un libro sul Kindle.

Il tempo passa in discreto relax e toh… è ora di pranzo. Per tutta la mattina, avevamo visto sculettare a destra e sinistra due cameriere in bichini e gonnellina svolazzante: vedo e non vedo, chiappa e non chiappa.
Niente, ora che vorremmo ordinare qualcosa, provo a chiamarle da lontano ma non mi vedono, sono sempre dalla parte opposta della piscina. Alla fine mi indispettisco e vado direttamente ad ordinare al bar della piscina.
Prendo un cocktail, granita di fragola, vodka e gin, un panino e del pollo fritto: il conto 45$.
Dopo pranzo diamo un’occhiata su Trip a qualche ristorantino, ognuno con il suo telefono, guarda caso individuiamo lo stesso ristorante: un cinese all’interno  del New York-New York Hotel & Casino, quello con la statua della libertà e le montagne russe.
Sono sicuro che starete pensando: “ammazza, per l’anniversario vanno al cinese?”…state calmi.
Non dovete immaginarvi il classico cinese, questo ristorante fa sia cucina cinese che giapponese, che ovviamente non pensiamo di ordinare, ma nulla a che vedere con i “buiaccari” che abbiamo noi, localino raffinato e cucina di qualità.

In qualche modo arriviamo alle 17:00, il caldo ha continuato ad essere insopportabile e sinceramente la piscina dopo un po’, mi stanca più delle grandi scarpinate; facciamo rientro in camera per riposarci sui due lettoni king size: beh in effetti come giornata è stata molto pesante, vuoi mettere tutto il giorno sul lettino e avanti e dietro in piscina?
Dopo le docce, mi metto l’unica camicia portata in valigia per questo scopo ed usciamo nella Strip in direzione “New York“.
Passeggiando mano nella mano, ci fermiamo nei vari negozietti di regalini… ma anche qui le cineserie, quelle scadenti, hanno preso il sopravvento su tutto, molte cagate, robacce.
L’unica cosa veramente simpatica, è una maglietta arancione con scritto “Alcatraz County Jail” e il numero di matricola, mi sembra il regalo adatto a quella peste del figlio della coppia di amici che verrà a riprenderci all’aeroporto quando torneremo a Roma.
Ah beh giusto non lo avevo detto, se all’andata ci siamo fatti accompagnare dal collega, a ritorno tocca agli amici.

Arriviamo al New York-New York, è enorme e bellissimo: sarei curioso di vedere le camere.
L’interno è strapieno di locali e ristoranti di tutti i tipi, mi viene da pensare che se dovessi tornare a Las Vegas andrebbe preso in considerazione, qui c’è delirio vero, casino, divertimento e poi, “se magna forte”!
Arriviamo al ristorante “Chin Chin Cafe & Sushi Bar“, la prima cosa che ci chiedono è se siamo lì per il nostro anniversario… ma che ne sapevano? Bah sarà stato per via della mia camicia o la bellezza della mia compagna?
Ci fanno accomodare e arriva subito il cameriere: “benvenuti mi chiamo Paul ed oggi mi occuperò di voi” …Paul è un nome di fantasia, onestamente non mi ricordo come si chiamava.
Ci tiene a specificare che le porzioni sono parecchio abbondanti e di non strafare, mi sa che le nostre facce parlano da sole.
Ordiniamo degli udon saltati con gamberi giganti e capesante: da ululati, spettacolari.
Come linea di principio, mai mi sognerei di ordinare sushi in un ristorante cinese, ma questo posto è veramente carino, la cucina sembra ottima e i “sushari” preparano in sala, i tranci di pesce nelle vetrine frigo sembrano invitanti; ordino delle “ruzzole”, termine tecnico romanesco per definire gli uramaki ripieni di salmone, avocado e philadelphia ed una ribadita di salmone, un’altra fetta a guanitura sopra e come topping una salsetta dolciastra e granella di tempura: se prima si ululava, qui si canta, sono magnifici.
A questo punto non mi regolo, ordino una serie di nigiri e del sashimi, entrambi al salmone.
I pezzi di pesce sono spessi e sodi, fette larghe e di colore arancione brillante: la considerazione che mi sento di fare, è che a Roma nei migliori ristoranti “jappi” dove di solito spendiamo 50-60€ a persona, temo che non abbiano la stessa qualità: ho mangiato del sushi pazzesco, a saperlo ci sarei andato anche a pranzo.
La mia compagna chiude la cena con un dolce, io non ci vado pazzo ed evito, voglio continuare ad avere ancora per un po’ questi ottimi sapori in bocca.

Usciti da “New York” passeggiamo per la Strip: i neon, i grattacieli le migliaia di luci, sono un’ambientazione pazzesca, molti la definiscono una città finta, un’illusione… a noi piace tantissimo e ci tornerei volentieri per starci più di qualche giorno.
La cosa importante che mi sento di consigliare è la scelta dell’hotel, credo che in linea di massima a livello di camere, dai 3 stelle in su, come caschi, caschi bene… l’offerta è tantissima e molti hotel rimangono con tantissime camere invendute, questo fa si che i prezzi di camere stupende siano abbordabili; quello su cui puntare è la piscina dell’hotel, magari con qualche attrazione: ricordo che 10 anni fa, andammo al Golden Nugget, hotel famoso per un’enorme pepita d’oro.
L’hotel aveva degli scivoli acquatici, i classici tubi dei parchi divertimenti, che prima di terminare nella piscina, attraversavano un acquario con gli squali, veri: immaginatevi di scivolare giù per il tubo a tutta velocità, alzare gli occhi e vedere lo squalo sopra di voi… ecco, ricordo che 10 anni fa ho fatto ‘sta cosa per tutto il giorno; questo per dire che se dovete rimanere a Las Vegas per più giorni, è bene scegliere una piscina divertente e movimentata, dove ci sia la possibilità di fare aperitivi in acqua fino a tardi, insomma …party!
Che poi adesso che nomino il Golden Nuggets, come posso non raccontare della sera in cui è nato tutto ed aprire una parentesi gigantesca?

Esattamente dieci anni orsono, uscivo da una storia burrascosa, quando un mio collega di lavoro dell’epoca, mi disse che il mese successivo sarebbe partito in vacanza per gli States con una nostra collega con cui aveva un ”intrallazzo”, tra le varie cose lei sarebbe andata a trovare una sua amica americana. Il passo successivo fu, “guarda viene anche una sua amica, perché non vieni anche tu così siamo in quattro e ci divertiamo?”
La storia tra di loro non era chiarissima, nel senso che lui credeva che bene o male, stessero insieme, lei non era completamente dello stesso avviso…
Prima di partire, faccio la conoscenza di questa ragazza, l’amica dell’intrallazzo e ci mettiamo d’accordo su alcuni aspetti logistici, infatti i nostri amici, avendo preso il biglietto aereo da parecchio tempo, sarebbero partiti un giorno prima, mentre io ero riuscito a prendere il suo stesso volo.
Adesso non posso raccontare in questo articolo tutta quella vacanza, ma il 15 agosto (giorno che poi è divenuto il nostro anniversario), ci siamo ritrovati tutti a questo Golden Nuggets per festeggiare il compleanno dell’amica americana di “intrallazzo”.
Eravamo organizzati in questo modo, io e il mio collega avevamo preso una doppia, le ragazze anche, ma con due letti king size, in pratica una stanza per 4 persone.
Ognuno fa il suo check-in e con il mio collega andiamo a sistemarci in camera.
Neanche il tempo di disfare le valige, che sentiamo bussarci alla porta: era una delle ragazze che con un sorriso a 32 denti, ci invitava a seguirla senza battere ciglio: ”non potete capire, è assurdo… non potete capire”.

Ci porta al piano superiore in direzione della porta della loto camera e già qui c’era qualcosa di anomalo: la porta, non era una porta, ma un portone rivestito in pelle come un divano winchester, poggia la tessera magnetica, gira la maniglia e…
Per gli americani, se c’è una cosa seconda di importanza solo al tacchino del 4 luglio, questa è il compleanno.
In fase di check-in il personale della hall, avendo preso i documenti delle ragazze ed accortosi che era il compleanno dell’americana, le aveva sostituito GRATUITAMENTE, la stessa camera che avevamo preso noi, con una suite.
Il concetto di suite del Golden Nuggets è un tantino da rivedere: in altre parole era un appartamento su due piani con tutta una parete gigantesca, che affacciava direttamente sulla Stratosphere Tower, tutti divani di pelle, bagni totalmente di marmo grossi quanto la nostra, a questo punto, ”misera” camera, due scale imponenti in legno che portavano alla camera da letto, camera che non parliamone neanche… un letto enorme con un materasso alto 50 cm, tutti specchi sul soffitto: il lusso vero.
Penso che una roba del genere manco Dylan di Beverly Hills 90210 che aveva la residenza in un albergo…
Nel salone c’era anche il bar…
Per un’oretta buona, non abbiamo smesso di saltare sui divani, sul letto e di scendere dalla balaustra della sontuosa scala come fossimo su una vespa negli anni ’50.
La serata è iniziata in quel momento e abbiamo iniziato e soprattutto finito, la preparazione di cocktails, in particolare stavamo in fissa con il Black Russian.
Finito l’alcool, siamo usciti e passati da un party all’altro, gruppi che suonavano dal vivo nelle gallerie tipo quella del Corso a Milano, siamo infine andati a ballare in una discoteca.
Senza raccontare ulteriori dettagli, forse ho anche detto troppo, in questo delirio è scattato l’amore ed io e colei che da 10 anni convive con me, abbiamo fatto ritorno nella mia “umile” doppia.
Sinceramente non abbiamo memoria di dove siano finiti tutti gli altri, ricordo solo che in una delle ultime immagini, “intrallazzo” stava invitando gruppi di persone nella suite dicendo che avevamo il bar…
Io e la mia compagna, la mattina ci svegliamo ed abbiamo entrambi uno strano ricordo: il letto vicino al nostro è intatto, come se non ci avesse dormito nessuno, ma ci pare di ricordare di aver visto nella notte il mio collega: non gli diamo peso, bah sarà stata la serata “alticcia”.
Dopo qualche minuto ci bussano alla porta.
Era il mio collega con una faccia appesa che non fa presagire nulla di buono, lo faccio accomodare ed inizia l’allucinante racconto.
Dopo che li avevamo lasciati in discoteca, lui aveva perso di vista “intrallazzo”; non vedendola per parecchio tempo e a serata ormai giunta al termine, fa rientro nella suite, infatti le ragazze ci avevano lasciato una delle due chiavi.
Entra dentro, chiama ma nessuno gli risponde: sale le scale, fa per entrare nella camera e si trova “intrallazzo”, sul letto, con un tipo che la “intrallazzava” per bene, ma quel tipo, ahimè, non era lui.
Onde evitare “delitto a Las Vegas”, mentre noi lo guardiamo esterrefatti, ci racconta che era venuto in camera da noi e dopo aver fatto la valigia, ha provato a svegliarci e ci ha detto: “io torno a Roma!
Afferma che la nostra risposta sia stata: “ah… OK!” e ci siamo rimessi a dormire. Mentre ci racconta questo, ripensiamo a quando ci siamo svegliati ed all’immagine di lui nel cuore della notte, vestito e seduto sul letto, era successo veramente!
Prosegue dicendo che a quel punto ha preso un taxi per l’aeroporto e dopo essersi confidato con il  tassista, una volta arrivato, ha passato in rassegna i desk di tutte le compagnie: il primo volo più economico per Roma glielo avrebbero fatto pagare 1500€.
Vista l’impossibilità di spendere quella cifra, mestamente aveva ripreso il taxi e adesso ci stava raccontando questa storia assurda seduto sul letto.
Capirete perché “Una notte da leoni” sia uno dei nostri film preferiti, le storie di Stu, Phil ed Alan non sono finzione: è Vegas!

Ma torniamo al nostro anniversario, con la panza appagata e soddisfatta ci fermiamo a vedere lo spettacolo delle fontane danzanti del Bellagio, per noi non era una novità, le avevamo già viste ma è sempre un evento maestoso ed affascinante.
Da lì, andiamo al Cesar Palace per qualche foto al ristorante “Hell’s Kitchen” di Gordon Ramsay, fuori c’è il forcone in fiamme con le iniziali HK… foto imperdibile.
A questo punto non ci rimane che rientrare al Bally’s, facciamo una sosta al casinò, perdiamo qualche dollaro alle slot e ci fermiamo parecchio ad osservare uno dei tavoli di Black Jack, gioco che mi affascina molto ma che in quella sera non mi sono sentito di affrontare.

#15 – da Panguitch a Las Vegas, il Bryce Canyon

La mattina ci svegliamo, sereni e riposati, richiudiamo le valige e andiamo a fare colazione. Entriamo nella sala da pranzo della casa dove vive la proprietaria… se la camera ci ha stupito, questa sala ci rapisce: sempre in stile shabby, ci sono tantissimi oggetti magnifici, da una stufa antica ad una sezione di pale in ferro di un mulino, di quelli che stanno fuori ai ranch…
La tavola è apparecchiata finemente, altri ospiti sono seduti al tavolo vicino: l’ambiente è confortevole.
A tavola, ognuno nel proprio piatto ha un calice con della crema chantilly, fragole e dei cornflakes come topping: la crema è fatta in casa, si sente ed è buonissima.
Dopo poco compare la proprietaria che ci porta due piatti uguali, uno per me ed uno per la mia compagna, ognuno con due bruschette, una con sopra un uovo all’occhio di bue e bacon, l’altra con guacamole, una fetta di pomodoro ed aceto balsamico, ottime… il tutto accompagnato da spremuta d’arancia e caffè americano.
Senza dubbi, questo è stato il pernottamento e la colazione migliore di tutto il soggiorno e mentre scrivo, qualcuno che sbircia qua di fianco, mi dice: “io a Panguitch ci tornerei ora, per una settimana”.

A malincuore salutiamo la proprietaria e ci dirigiamo verso “Chevron”, una catena di stazioni di servizio dove mi trovo molto bene, infatti cerco di far benzina sempre qui, in particolare mi piacciono molto gli store dove facciamo rifornimento di acqua, snack, qualche panino ed il mio amato “Snapple”.
Lo “snapple” è un tè senza zucchero che mi ha salvato per tutta la vacanza; già in Italia ho un po’ di difficoltà con il caffè, o è particolarmente buono e zuccherato, o mi disgusta. Dal momento che da qualche tempo sto cercando di limitare gli zuccheri inutili, ho iniziato a prendere il cappuccino amaro, che non mi da problemi; con il caffè invece non mi riesce proprio, tutti dicono che ci si abitua ma sono 3 mesi che la pausa caffè a lavoro diventa momento di smorfie. È finita che mi fa talmente schifo che non bevo più caffè neanche a lavoro.
Dopo queste premesse, può piacermi il caffè americano? È cosi che lo “snapple” ha sopperito alla necessità di stare sveglio e concentrato guidando per ore su strade dritte centinaia di chilometri.
In mezz’ora arriviamo al check-point del Bryce Canyon National Park, anche qui vale la tessera parchi, che gioia!
La strada per arrivare è stata bellissima, molta natura, corsi d’acqua e ciclabili infinite che collegano un paesino all’altro su sfondi mozzafiato.

Il parco è incantevole, strade asfaltate che entrano dentro questo immenso polmone di abeti, boschi e sentieri.
Su questo parco siamo abbastanza preparati e dopo aver parcheggiato la macchina, ci addentriamo a piedi dentro il bosco in direzione dell’anfiteatro. Qui ci sono chilometri di ciclabili, è fantastico.
Attraversiamo il bosco e in lontananza vediamo una strada che costeggia un lungo parapetto, decine di persone appoggiate alla staccionata di protezione.
Ci affacciamo e vediamo l’anfiteatro: sotto di noi si stagliano i caratteristici pinnacoli, che gli americani chiamano hoodoos, come fossero delle guglie gotiche, formati da rocce erose dall’azione di acque, vento e ghiaccio. I pinnacoli hanno un colore che varia a seconda di come vengono colpiti dai raggi del sole, nel complesso vanno dal rosso, al giallo, al bianco.
E’ veramente uno spettacolo della natura e dopo aver scattato foto in tutte le angolazioni possibili, andiamo alla ricerca del Navajo Loop Trail, un percorso ad anello da affrontare a piedi della lunghezza di oltre 2 km e con 170 m di dislivello.
Individuiamo il percorso e capiamo che ci sono due possibilità: affrontarlo in senso orario o antiorario. Il percorso antiorario prevede di scendere nella valle, nel cuore dell’anfiteatro, attraverso decine di tornanti abbastanza ripidi, poi c’è tutta una parte che dall’alto non si scorge; intravediamo un altro sentiero per il quale si risalirà al punto di partenza, questo ci sembra meno ripido e per questo motivo, pensando che i tornanti in salita sarebbero devastanti, optiamo per il senso antiorario.
Iniziamo la discesa dei tornanti, in questo momento all’ombra, fa caldo ma qui non si avverte particolarmente.
La camminata è piacevolissima, certo devi stare attento a dove metti i piedi, ma si percorre senza particolari problemi… del resto siamo in discesa.
Gli scorci sono quadri e le foto magnifiche, il cielo è di un blu profondo ed i pinnacoli gialli sono un’esplosione cromatica.
Da valle, dall’interno del canyon, ci sono degli alberi che sono cresciuti in altezza per decine e decine di metri per andare a prendere il sole, sono maestosi e si stagliano fieri verso il cielo.
Nel giro di una mezz’ora arriviamo a valle, dove non ci sono più i pinnacoli che invece rimangono di sfondo: qui c’è vegetazione, alberi e altri percorsi che si potrebbero seguire per allungare il giro. Il pensiero non ci sfiora neanche, diventerebbero troppi km.
A questo punto comincia la risalita: tutta sotto il sole e per altri tornanti, diversi da quelli della discesa, ma comunque decisamente impegnativi.
Come buona abitudine, ci siamo portati due litri d’acqua che ci sono serviti tutti.
Quando arriviamo in cima siamo veramente sfiancati, più che dai km, dal caldo e dalla salita.
Posso dire a mani basse che fin qui, questo è il parco più bello che abbiamo visto…

Rimontiamo in macchina e le 4 ore di viaggio che ci separano da Las Vegas mi sembrano l’occasione per riposarmi, certo dovrò cercare di non addormentarmi mentre guido.
Lungo la strada ci fermiamo da “Denny’s”, ormai una garanzia ed ordiniamo i nostri burger preferiti.

A Las Vegas eravamo già stati 10 anni fa, ma ci eravamo arrivati in aereo: in macchina parliamo di follia pura.
Gli americani alla guida hanno grande senso civico, ma non a Las Vegas.
Corrono come matti, tagliano la strada, se metti la freccia e cambi corsia, da dietro non rallentano minimamente, per loro quella corsia è una monorotaia e ti vengono addosso, se tante volte vedono un minimo di esitazione, si attaccano al clacson, sembra quasi di stare a Roma… non sembrano nemmeno intimoriti dalle varie “police patrol interceptor”, macchine della polizia mastodontiche e con il paraurti anteriore da sfondamento, sempre in agguato.

Tra svariati smadonnamenti nel traffico, arriviamo al Bally’s, all’ingresso principale. Mi fermo per scaricare i bagagli e lascio la macchina parcheggiata temporaneamente in una zona dove non dava fastidio a nessuno e che penso sia adibita proprio a chi come me, è in fase di check-in.
Scarichiamo le valige e ci dirigiamo alla fila per il check-in, mai visto nulla del genere, sembra di stare alle poste: ci sono almeno una decina di sportelli, tutti pieni.. la fila non scorre ed io sono in fermento per la macchina lasciata un po’ così.
Finalmente è il nostro turno e mi faccio spiegare sommariamente dove dovrò parcheggiare la macchina che giuro non riprenderò se non per andarmene da Las Vegas.
Se siete in macchina, l’hotel con il parcheggio a Las Vegas è tutto: pochissimi lo offrono gratuitamente ed in genere sono alberghi a 5 stelle, altri invece come il nostro, offrono dei prezzi agevolati, 10$ al giorno che non sono nulla rispetto ad alcuni in cui si arrivava anche a 50-60$.
Il piccolo dettaglio che non avevo capito quando prenotai qualche giorno prima, era che il parcheggio sarebbe stato in un multi-piano a 5 minuti a piedi dalla struttura, direte voi: “che problema c’è?”
A piedi 5 minuti, in macchina per arrivarci bisogna ributtarsi nel traffico e fare un “giro di Peppe”.
Riprendo la macchina per portarla al parcheggio e già mi avevano messo sul parabrezza un inquietante foglio con su scritto che la macchina verrà rimossa dal carro attrezzi.
Lì per lì non capisco se è una minaccia o se già mi hanno fatto la multa, fatto sta che dopo un quarto d’ora riesco a raggiungere il multi-piano e parcheggiare per i prossimi 3 giorni l’auto senza dovermene più preoccupare.
Il multi-piano, in comune con l’albergo “Paris”, è collegato con scale mobili e passaggi interni.
Ritrovo finalmente la mia compagna che dopo il check-in avevo mollato da una parte con le valige, saliamo in camera.
Il Bally’s è un 3 stelle, ma è come se ne avesse 4 e più, la camera è enorme, con due letti king size.

Provati dalle camminate nel Bryce e dalle ore di guida, ceniamo con della pizza da asporto, un passaggio veloce al casinò e andiamo a dormire.

#14 – da Moab a Panguitch, Arches National Park

Tra tutti i pernottamenti, l’Adventure Inn Moab è stato decisamente il più scadente, la colazione immaginiamo che non possa essere luculliana ed infatti giusto una cioccolata e qualche dolcetto: ci rifaremo da “Denny’s”.
Di fronte al motel, noto un negozio di biciclette, devo assolutamente entrarci.
Già prima di entrare sturbo, inutile citare marche e modelli, ma esposte fuori ce ne sono a decine, tutte spettacolari, bici dai 3000$ in su.
Mi colpisce il fatto che su ogni bici è riportato un doppio prezzo, per il nuovo e per l’usato. Mentre sbavo con bramosia, mi passa davanti un furgone con i loghi del negozio e decine di bici appese esternamente, a bordo gruppi di ciclisti “bardati” da testa a piedi.
Capisco che questo non è un semplice negozio.
Entro dentro, un sogno, tantissimi accessori, abbigliamento tecnico e soprattutto appesa ad un muro una cartina gigantesca del luogo con decine di trails (percorsi) per le mountain bike: più che sulla vendita, credo che il negozio punti molto sull’organizzazione delle escursioni in MTB.
In questo momento sto bruciando, non so che darei per poterci rimanere qualche giorno, chissà questi ragazzi dove andranno e cosa vedranno, se i trails sono pericolosi, come deve essere pedalare sulle sponde del fiume Colorado… tutti questi pensieri mi frullano in un secondo.
Penso: “ti immagini tornare a Roma e poter dire sono stato in MTB nel Moab?”; purtroppo questo è un film che non verrà girato oggi.
Non posso andarmene così e quindi compro una mini pompa potentissima per gonfiare le gomme ed una maglietta del negozio, magre consolazioni.

Anche oggi giornata di spostamenti, si prevedono 5h di guida ma prima visitiamo Arches National Park.
Qui la tessera parchi vale, non paghiamo! (Lo so questa storia della tessera la vivo male).
Di tutti i parchi, sinceramente questo è quello che abbiamo apprezzato meno: il parco è attraversato dalla “solita” scenic drive, strada asfalta che percorre il parco con vari punti panoramici e diversi sentieri da affrontare a piedi.
Qualche bella foto l’abbiamo scattata anche qui, ma non consiglierei di mettere questo parco nel vostro itinerario.
L’ambientazione è totalmente desertica, sabbia e sassi intervallati da qualche piccolo cespuglio, sterpaglie, “callara”.
Il parco, da cui prende il nome, è famoso per gli archi di arenaria formatisi con l’erosione del vento, in particolare per il Delicate Arch. Raggiungiamo il parcheggio da cui sarà possibile osservare l’arco ad un miglio di distanza.
Dopo poche decine di metri di cammino, arriviamo al view point: siamo talmente lontani che la visione di questo arco è quasi impercettibile, inutile essere arrivati lì o meglio, serve a capire che il percorso consigliato, quello per andare fin sotto l’arco, si inerpica per un sentiero nel deserto lungo quasi 5 km; da dove siamo, le persone che lo stanno percorrendo si distinguono a fatica. Fa un caldo allucinante e sinceramente pensiamo due cose: abbiamo davanti a noi ancora 5 ore di viaggio in macchina, aggiungere anche 2 ore e mezza di cammino sotto il sole, ci sfinirebbe.
Che poi in realtà, non abbiamo problemi di fatica, ma non riteniamo che farsi una scalata del genere sotto il sol leone valga effettivamente la pena, sappiamo per certo che abbiamo altre cose fantastiche da vedere e dove impegnare i nostri sforzi; del resto quasi 2 ore di strada panoramica all’interno del parco le abbiamo trascorse, possiamo ritenere il parco “visitato”.
Risaliamo in macchina, facciamo nuovamente rifornimento e vista l’ora ci facciamo un hamburger da “Denny’s“.

Guido per parecchie ore ed il paesaggio cambia continuamente fino a quando dal deserto passiamo in una zona di fiumi, alberi e colori bellissimi…
Siamo diretti a Panguitch, cittadina mai sentita prima e scelta perché l’indomani sarà la volta del Bryce Canyon National Park; gli alloggi nelle zone limitrofe del parco, erano abbastanza costosi e comunque quasi tutti delle specie di bungalow.
In fase organizzativa, con l’ormai collaudata tecnica di cercare con Google Satellite l’agglomerato cittadino più vicino al punto ti interesse, nella fattispecie il parco, era “sbucata” fuori Panguitch.
Avevo quindi cercato un alloggio e trovato un B&B ad un prezzo onesto e che dalle foto sembrava molto carino.
Dico sembrava perché la struttura che ci ha ospitato e la proprietaria che lo gestisce, si sono rivelati eccezionali ed oltre ogni nostra più rosea aspettativa.
Già da fuori rimaniamo a bocca aperta, una villetta di due piani totalmente di legno, bianca e grigia, esattamente come quelle che si vedono nei film, realtà dove si prende il pickup e si va in paese a fare scorte di legna e materiali da ferramenta, dove i viveri si acquistano a “pallet” per soddisfare le necessità per stagioni intere.
I giardini sono curatissimi, il prato verde smeraldo, tagliato qualche ora prima. Ci sono delle zone comuni con salottini esterni molto graziosi e giganteschi barbecue a disposizione dei clienti.
La proprietaria, una signora sui cinquantacinque, decisamente gentile ed accogliente, dopo aver sbrigato le pratiche del check in, ci chiede se l’indomani avremmo preferito la colazione dolce o salata; ci facciamo consigliare un ristorante per la cena.
La camera è meravigliosa, tutta in stile shabby, un letto gigantesco comodissimo, una console per il trucco, poltrone, cuscini ed ogni sorta di ornamento che si percepiva arredato come se si trattasse di casa propria. La moquette qui è pulitissima, la camera profuma; il bagno è molto spazioso, c’è sia la vasca che un’enorme doccia.
In una frazione di secondo capiamo che qui sarebbe stato bello rimanere due o tre giorni.
Come ormai d’abitudine, sistemiamo i bagagli ma non troppo, domani ahimè andremo via e quindi cerchiamo di tirare fuori meno cose possibile per essere più veloci nel check-out, ci diamo una rinfrescata ed usciamo alla volta di “Cowboy’s Smokehouse Cafe”, la steak house consigliataci.
Per arrivare al ristorante, passeggiamo per Panguitch: una vera sorpresa, è un posto delizioso, passiamo davanti alla biblioteca, ci sono calessi, antiche botti anti-incendio con ruote di legno, vediamo botteghe e negozi di artigianato locale; abbiamo l’impressione che sia una piccola comunità dove tutti si conoscono e tutti si aiutano l’un l’altro.
Al ristorante c’è parecchia fila, lasciamo il nome e ne approfittiamo per comprare qualche ricordino, in particolare sono stato stregato da un attaccapanni dove i ganci sono a forma di stivale da cowboy: ancora lo devo appendere a casa.
Il servizio è molto lento e non avendo preso “starters” (antipasti), abbiamo una fame nera, veniamo ripagati solo quando mi portano una “smoked t-bone”, bistecca con il classico osso a T con questo retrogusto di affumicato che le da un gusto eccezionale e la “jacket potato”, una patata cotta alla brace che poi viene spaccata e riempita con formaggi o panna acida.
La mia compagna sceglie il tris della casa, costolette, manzo e un’altra bestia che non ricordo: praticamente arriva un piatto dove ci saranno stati 1,5 kg di ciccia con contorni vari di patatine fritte e fagiolini – ovviamente più della metà di questo piatto ho dovuto terminarla io.
Abbiamo mangiato ottimamente e a prezzi ragionevoli, pieni come due otri non vediamo l’ora di andare a morire su quel letto comodissimo che ci sta aspettando.

#13 – da Page in Moab, Monument Valley

La colazione del “Clarion Inn” è finalmente ottima, c’è tanto assortimento e prodotti di qualità: bacon, salsicce, yogurt, spremute e muffin.
Questo è stato l’hotel che abbiamo pagato di più, 180€ per una notte. Page è una piccola città del deserto, presa d’assalto per le due attrazioni descritte nel capitolo precedente e dove l’offerta ricettiva è sempre sold-out, la conseguenza sono quindi i prezzi alti.
Ci riempiamo i piatti ma non riusciamo a trovare un tavolo libero per poggiarci, questo anche grazie ad un gruppo di otto ragazzi italiani che avevano finito di mangiare da un pezzo ma continuavano ad occupare i tavoli. Una di questi, veramente insopportabile, in video-chiamata con la madre, decide di raccontare tutto quello che hanno fatto il giorno prima, non senza smettere di urlare: mi sono vergognato per lei, i soliti italiani.
Usciamo dalla sala breakfast e ci dirigiamo al bar della hall dove anche altre persone stanno consumando la colazione, sia al bancone, che su un enorme tavolo di marmo con degli sgabelli molto alti. Qui faccio amicizia con due ragazze thailandesi che vivono da tanti anni una in Canada, l’altra a New York. Mi vendo subito il fatto che siamo stati in Thailandia l’anno scorso e mi chiedono dell’itinerario seguito; chiacchieriamo un po’ sulle prossime tappe del viaggio, loro domani andranno a Las Vegas. Parlando di prossimi viaggi, ci esortano a visitare il Canada, che infatti è una delle mete che ci piacerebbe prima o poi visitare. Ci dicono che vorrebbero venire in vacanza in Italia e ci chiedono consigli su cosa vedere in una settimana.
La domanda è alquanto imbarazzante, affinché abbia un senso, dovrebbero come minimo vedere Roma, Firenze, Napoli e Venezia, ma considerando gli spostamenti, cosa potrebbero vedere in 1-2 giorni in queste città? Solo per Roma non credo che sia sufficiente una settimana, figuriamoci 1 o 2 giorni…
Rifocillati ed appagati dalla prima colazione e dal bellissimo soggiorno presso questo hotel, facciamo rifornimento all’auto ed acquistiamo le solite scorte d’acqua e viveri prima di partire alla volta della Monument Valley dove arriveremo con due ore di viaggio.

L’ingresso nella Monument Valley, essendo riserva Navajo, è a pagamento e la tessera parchi non vale. Superato il check-point di ingresso, saliamo sopra al promontorio dove è situato il visitors center. Da qui si scattano foto meravigliose dei tre monoliti che svettano nel deserto, molto vecchio west.
Una delle cose che avrei dovuto fare prima di arrivare, sarebbe stato prenotare l’escursione guidata con i nativi americani, che con delle grosse jeep e fuoristrada, ci avrebbero dovuto condurre su alcuni percorsi inaccessibili sia alle auto che a piedi; tra una cosa e l’altra in fase di organizzazione, non avevo trovato il tempo di vagliare le varie opzioni e scegliere il giusto pacchetto, avevo rimandato la cosa fino a dire: “quando arriviamo, vediamo sul posto”.
Avevo letto che con i tour organizzati, si sarebbe attraversata la scenic drive, strada in terra battuta che si addentra nel deserto fino sotto ai monoliti; dal visitors center vediamo la strada in questione e decine di auto e pick-up che la percorrono nei due sensi.
A ben vedere non c’è altro da fare in questa riserva, abbiamo impiegato due ore per arrivarci e ne abbiamo di fronte altrettante per arrivare in Moab dove pernotteremo.
Scattate le centinaia di foto ai monoliti, non ci resta altro che affrontare in macchina la scenic drive: il cartello all’ingresso dice che è possibile accedervi con qualunque tipo di auto ma che la strada è dissestata e vi si accede a proprio rischio e pericolo.
Percorriamo i primi cento metri, la strada rossa battuta molto compatta è molto simile a quella dei campi da tennis. Man mano che procediamo però, la strada inizia a farsi sempre più stretta e bisogna fermarsi in alcuni punti e tornanti pericolosi per far passare le macchine nel senso opposto.
Il mio “snaso” inizia a percepire che stiamo facendo una cazzata…
Continuiamo ad andare avanti per un paio di chilometri e la strada si fa sempre più impervia, cominciano ad esserci parecchi dossi e buche da evitare fino a quando sui tornanti che stiamo percorrendo in discesa, la terra diventa brecciolino abbastanza grosso, se non dosi bene il gas, le ruote slittano.
A questo punto ripenso a quella postilla del contratto della macchina a noleggio che dice che l’assicurazione non coprirà danni all’auto, qualora si siano percorse strade pericolose e dissestate.
Mi cago definitivamente sotto, sia per gli eventuali danni, il nostro viaggio sarebbe poi finito lì, sia perché alcuni punti sono decisamente pericolosi.
Faccio inversione al primo slargo e penso a quelle che adesso sono salite sul brecciolino prima di poter uscire da questi sentieri: non sono sereno per niente.
Tra una slittata di qua ed una di là, riusciamo ad uscire e riconquistare l’asfalto, la macchina è salva, noi siamo salvi.
Mi sarebbe piaciuto andare con l’uniposca ad aggiungere al cartello che diceva che la strada era percorribile da qualunque auto: “sì, col @@@@@!!!” – e noi avevamo un SUV, pensa con una berlina. Sicuramente sono io che non ero tranquillo per via del noleggio, ma non ve lo consiglio proprio.
Forse starete pensando che sarebbe stato meglio affidarsi al tour organizzato dai nativi sulle loro jeep e fuoristrada: perfetto, come no.
Durante la nostra permanenza sulla scenic drive, abbiamo visto decine di questi fuoristrada con i turisti caricati sul pianale di carico dei pick-up in stile “mujahidin”: persone con sciarpe ed indumenti di fortuna avvolti intorno a naso e bocca, con occhiali da sole e cappelli, che sobbalzavano sul retro di questi fuoristrada ad ogni buca, intenti a non respirare le costanti folate di sabbia e terra rossa.
Se avessimo prenotato una cosa del genere ce ne saremmo pentiti amaramente, così come stanno facendo quelli che abbiamo incontrato, le loro facce erano inequivocabili: non voglio pensare cosa mi avrebbe detto la mia compagna se l’avessi portata in una situazione del genere.
Monument Valley: bella bellissima… ma ce ne possiamo anche andare.

Non vedo l’ora di raggiungere il “Forrest Gump Point”, che cos’è? È il punto in cui, sullo sfondo dei monoliti della Monument Valley, Tom Hanks termina la corsa: “avevo corso per 3 anni, 2 mesi, 14 giorni e 16 ore”. Non sapete di cosa stia parlando? Beh, avete delle grosse lacune cinematografiche, di corsa a rivedere Forrest Gump!
Ovviamente voglio replicare la corsa a piedi in mezzo alla superstrada con lo sfondo dei monoliti… ma dove sarà il punto esatto? Lo capiamo immediatamente: decine di macchine parcheggiate con altrettanti “decorticati” come me a fare la stessa cosa.
Sono stato troppo contento di aver fatto ed immortalato questa cazzata!

Risaliamo in macchina e ci fermiamo da “Denny’s” per uno “slamburger”: panino con hamburger, bacon, uovo fritto all’occhio di bue e rosti di patate, una vera sciccheria, ottimo!
Dopo qualche ora di viaggio siamo in Moab.
Anche qui parliamo di una cittadina nel deserto con poche offerte ricettive, facciamo il check-in e prendiamo possesso della camera: questa pure lascia molto a desiderare.
Ci riposiamo e la sera andiamo a mangiare la pizza in un ristorante italiano, impasto napoletano e risultato più che soddisfacente.
I dolci sono pochi e non ci attira nessuno in particolare, cerchiamo qualcosa di vicino su Trip e troviamo una yogurteria.
Paghiamo il conto e dopo 5 minuti di passeggiata arriviamo alla yogurteria, strepitosa: scegli la dimensione della coppetta, poi ci sono dei dispenser con i vari gusti di gelato (vaniglia, cioccolato, caramello etc…), una volta riempita la coppa, passi vicino ad un carrello dove ci sono decine di ciotolinine per personalizzare il tutto; pezzi di frutta di tutti i tipi, granelle varie, noccioline, smarties e dosatori con sciroppi e cioccolate liquide varie per il topping finale.
Creata la composizione si va in cassa, ti pesano la coppa e paghi: manco a dirlo, gelato spettacolare!
Facciamo quattro passi prima di tornare al motel e andare a dormire.

#12 – da Flagstaff a Page, Horseshoe e Antelope

Vi ricordate il treno lungo lungo? Beh ne sono passati nella notte, uno ogni 15 minuti e per quanto distante dalla nostra camera potesse essere, sono stato svegliato continuamente… il concetto di doppi vetri ed isolamento acustico pare sia sconosciuto negli States.
Facciamo una colazione compresa nel pernottamento non particolarmente soddisfacente, check-out e siamo subito in macchina direzione Page, città sperduta nel deserto famosa solo per due attrazioni: l’Antelope Canyon, inconsapevolmente sconosciuto ai più almeno fino a quando non spieghi che lo hanno avuto per anni sotto gli occhi come sfondo del pc di Windows 7 e l’Horseshoe Bend, un vista point su una scogliera altissima a picco sul fiume Colorado, fiume che disegna un ferro di cavallo.

La visita all’Horseshoe, in realtà era schedulata per l’indomani mattina, ma essendo di strada decidiamo di andarci subito.
La scelta si rivela opportuna perché avevo sottovalutato l’impegno richiesto, pensavo ci volesse meno e soprattutto che non fosse particolarmente impegnativa.
Arrivati al check point di ingresso, purtroppo essendo una riserva navajo, la tessera dei parchi non vale e dobbiamo quindi pagare, la guardia dopo averci dato una mappa, si accerta che avessimo acqua a sufficienza, spiegandoci che ci sarà da affrontare una chilometrata abbondante sotto il sole.

Parcheggiamo la macchina e ci avviamo per il sentiero dove l’ennesima guardia si raccomanda questa storia dell’acqua specificando che lungo il percorso non ci saranno né punti ristoro, né sorgenti d’acqua.
Intrapreso il cammino, il caldo è al limite del sopportabile, davanti a noi vediamo solo deserto, sabbia ed il cielo di un azzurro intenso, un colore molto profondo che non avevo mai visto prima.
Il percorso è delimitato da alcune staccionate e grosse rocce, transumanze umane lo percorrono nei due sensi.
Il caldo aumenta ma quello che ci preoccupa, è che stiamo camminando in discesa, a ritorno dovremmo quindi affrontarlo in salita.
Camminiamo per una ventina di minuti fino ad arrivare ad una balaustra, abbassiamo lo sguardo ed a picco sotto di noi, possiamo finalmente ammirare una delle meraviglie più imponenti di tutto il viaggio, una manifestazione della natura da togliere il fiato.
Sotto di noi, qualche centinaio di metri di strapiombo con questo corso d’acqua verde che disegna il ferro di cavallo, sul fiume si intravedono delle barchette, ma sono punte di spillo viste da quella distanza.
E’ pieno di gente, ognuno in cerca della posa e dello scatto perfetto.
Finalmente sfodero il mio selfie stick, oggetto che ho sempre criticato e guardato con un certo disgusto ma che alla fine mi sono sentito in dovere di comprare prima di partire, proprio per questa occasione.
Scatto delle foto bellissime, questa attrazione vale tutto il caldo, i chilometri e le ore di guida.
Scattate le 8000 foto, ripercorriamo in salita il percorso fatto per arrivare qui, fa un caldo insopportabile e non vediamo l’ora di rimetterci in macchina con l’aria condizionata e bere l’acqua gelata della borraccia termica.
Avevo decisamente sottovalutato questa escursione, documentandomi prima di partire e valutando il percorso su Maps, le distanze sembravano esigue… avevo considerato una mezz’ora per la visita, in pratica ci ha portato via due ore e per fortuna che l’abbiamo anticipata altrimenti l’indomani avremmo dovuto fare delle corse.

Non è ancora orario da check-in dell’hotel ma ci proviamo lo stesso, quantomeno vogliamo lasciare i bagagli che per tutto il tempo erano rimasti in macchina. La ragazza ci accontenta e ci da la prima camera disponibile.
Abbiamo giusto il tempo di posizionare in camera i bagagli e darci una rinfrescata quando dobbiamo ripartire per l’altra attrazione del viaggio: l’Antelope Canyon.

Sta cavolo di Antelope è stata maledetta per tutta l’organizzazione del viaggio: è uno di quei posti per cui è necessario prenotare la visita con mesi e mesi di anticipo, soprattutto per prendere il gruppo di visita della fascia oraria 12:00-14:00, quando i raggi del sole penetrano perpendicolarmente nel canyon accendendolo di colori pazzeschi.
E’ stato complicatissimo, non solo prenotare gli orari migliori, ma addirittura la prenotazione stessa: era tutto sold out. In fase di organizzazione, ho dovuto stravolgere tutto l’itinerario di viaggio per l’unica disponibilità che alla fine sono riuscito a trovare, di tardo pomeriggio. Quest’orario non mi rende particolarmente felice, ma se voglio ammirare quella che a detta di tutti è una delle grandi meraviglie del mondo, me lo faccio andar bene, soprattutto perché non penso che ritornerò mai da queste parti, certo non si può mai dire…

L’Antelope ha due tipi di percorso, l’upper ed il lower; dopo intense ricerche, capisco che c’è una netta divisione tra: chi predilige l’upper – dove è possibile assistere al fenomeno del light beam, bagliori della luce filtrante che unita a della sabbia che cade dall’alto, offre uno spettacolo meraviglioso, i contro sono che ti impolveri da capo a piedi e che per apprezzarlo al meglio devi andare nella famosa fascia oraria descritta sopra; chi invece dice che non c’è paragone: “il lower è molto più suggestivo”. Per via della disponibilità di orari e di queste ultime considerazioni, opto per il lower.
Stuzzichiamo una cosa al volo e raggiungiamo il botteghino dove dobbiamo ritirare i biglietti prenotati dall’Italia. Siamo in largo anticipo ma cogliamo l’occasione per riposarci un po’.

Alle 16:45 si forma il gruppo, la guida ci fa tirare fuori tutti i telefoni e ci suggerisce le impostazioni migliori per fotografare al meglio il canyon.
Iniziamo una specie di discesa negli inferi per dei cunicoli abbastanza stretti, si passa per delle scalette tipo quelle delle navi, tanto che anche sul sito e sui biglietti era specificato per le donne di vestire con pantaloni o shorts chiusi “per la propria privacy e per non far conoscere le proprie lune”.
Il percorso non è lunghissimo ma tra sali e scendi e le migliaia di foto, la visita dura un’oretta e mezza.
Come posso descrivere questo posto se non mostrandovi le foto pazzesche che sono riuscito a scattare. Avevano ragione è un’altra meraviglia che non si può assolutamente perdere.
L’acqua ha eroso e scavato questi canyon che, con il filtrare della luce e grazie alla colorazione rosastra, sembrano dei veli da sposa al vento, alcuni di questi assumono delle forme e fisionomie: c’è la tartaruga, il leone, l’aquila ed il cavalluccio marino… la guida impiega il suo tempo a farcele riconoscere tutte.
La giornata di oggi ci ha veramente arricchito interiormente, abbiamo avuto la fortuna di vedere delle meraviglie del creato che ci hanno sbalordito, le foto parlano da sole.

Torniamo in hotel che ancora c’è il sole e questa volta vogliamo approfittare della piscina, infatti in tutti gli altri hotel, a parte a San Diego una sola volta, non siamo mai riusciti a sfruttarla perché arrivavamo tardi nel pomeriggio e ripartivamo di prima mattina.
Ci buttiamo in acqua e manco a dirlo, dopo pochi minuti il sole inizia a tramontare, fa freschetto e decidiamo di ritornare in camera per docciarci e andare a cena.

Trip ci suggerisce “Big Johns Texas BBQ“, una steak house dalle migliaia di recensioni positive. Arriviamo nei pressi del locale ed all’aperto c’è un gruppo country che anima le decine di tavoli.
Sempre lì vicino, ci sono dei barbecue a legna grossi come delle locomotive, guardiamo meglio e c’è una fila di un centinaio di persone. Il locale chiuderà tra un’oretta, lì si mangia presto e con poca speranza ci mettiamo in fila. Dopo 10 minuti alle nostre spalle la fila si è allungata ulteriormente… o questo è l’unico ristorante del posto o qui si mangia veramente bene.
Ad un certo punto ho come un’illuminazione, lasciando la mia compagna in fila, vado dentro al ristorante nella parte al chiuso.
Chiedo alla cameriera se c’è possibilità di mangiare dentro e mi indica che ci sono una decina di persone prima di me e di lasciare il nome, ma che secondo lei si fa prima fuori dove ci sono molti più tavoli. Sicuramente non ha messo la testa fuori dal ristorante e non ha idea della mole di persone in fila: lascio il mio nome e dopo neanche 5 minuti vengo chiamato per accomodarmi al tavolo. Recupero la mia compagna e ci sediamo, neanche un paio di minuti ed il gruppo musicale smette di suonare.
Il posto è famoso per le ribs, le costolette cotte ed affumicate per ore a bassa temperatura: mai mangiato nulla di simile. Prendevi una costoletta e la carne di staccava dall’osso come fosse burro, il retrogusto di affumicato qualcosa di indescrivibile.
Questa giornata ci ha regalato tanto.