#11 – Route 66

La mattina andiamo a fare la colazione inclusa, altro motivo che mi aveva fatto cambiare hotel, ed è stato veramente disgustoso; la vetrina dei muffin era opaca e non si vedeva attraverso per quanto era sporca, il tostapane aveva la graticola a rullo, talmente lorda che c’erano due centimetri di sugna carbonizzata sopra: non l’avevano mai pulita in vita loro, ma soprattutto, invece di metterci solo il pane, di fianco c’era un vassoio con del pane completamente inzuppato nel burro liquido e che, tostato in quel modo, avrebbe dovuto creare una tostatura alla francese …nella loro testa.
Viste queste scene neanche ci sediamo, faccio il check-out lanciandogli le chiavi ed “il problema diventa opportunità”.
A pochi passi dall’hotel c’è “Denny’s” una catena di cui avevamo sentito parlare, che oltre a servire delle colazioni magnifiche, fa anche degli ottimi hamburger.
Io prendo un frullato di fragole e banana ed un piatto spettacolare: toast, bacon, uova fritte e due salsiccette. Non richiesti ci portano anche dei pancakes con la salsa d’acero. La mia compagna, cappuccino e cheesecake alle fragole.
Torneremo parecchie altre volte da “Denny’s” per pranzo, ovviamente in altre località.

Da Kingman, percorriamo la famigerata Route 66, l’ambientazione è sempre desertica, chilometri e chilometri di strade perfette e dritte.
Arriviamo ad Hackberry il cui nome forse non dice molto ai più e a dirla tutta prima di documentarmi per questo viaggio, non l’avevo mai sentita nominare, ma che sicuramente avete visto. In realtà non è neanche un paese, ma semplicemente una vecchia area di servizio con delle pompe di benzina stupende che sono spesso raffigurate in cartoline ed iconografie relative alla Route 66.
C’è un parcheggio con delle auto d’epoca semi arrugginite ma bellissime ed un general store che vende oltre a generi di conforto, tutta una serie di gift.

Risaliti in auto, facciamo tappa a Selingman, paesino che ha ispirato il film di animazione “Cars”, e dove oltre ad una serie di fastfood, gift store ed una zona residenziale, sono presenti alcune delle macchine del film, imperdibile la foto con “Cricchetto”. Devo dire che qui sembra tutto un po’ finto, un po’ turistico, è comunque l’occasione per stuzzicarci qualche cosa da mangiare.

Dopo un’altra oretta di viaggio, arriviamo a Williams, qui si respira un’aria molto country, ci sono diverse steakhouse, calessi, cavalli e un ambientazione un po’ vecchio west.
Williams è la porta di accesso alle escursioni nel Gran Canyon quindi è un via vai di pickup giganteschi caricati all’inverosimile con tende, bbq, ghiacciaie portatili e tutto il necessario per campeggiare. Passano decine di caravan con rimorchi di tutti i tipi con sopra biciclette e quad.
Vediamo un mercatino delle pulci e non posso perdermelo, ricordo i tempi in cui vivevo in Belgio e con cadenze regolari, con la famiglia partecipavamo liberandoci di tanta roba inutile recuperando parecchi soldi. Facciamo un giro, ma tra questi banchi non vediamo nulla di particolare: parecchia immondizia, molti materiali da ferramenta, attrezzi e qualche banco di bijoux.

Da Williams andiamo a Flagstaff dove dormiremo. Il posto non sembra male, la camera spaziosa e il bagno abbastanza comodo. Qui incontriamo diversi motociclisti che fanno tappa durante il loro viaggio sulla mitica Route 66.
Mi colpisce dalla finestra della stanza, un treno in lontananza, mai visto qualcosa di simile… è lunghissimo, provo a contare i vagoni e supero i 100.
Come di consueto ci riposiamo giusto il tempo di cercare su Trip un posticino per la cena: individuiamo tale “MartAnne’s Burrito Palace” ennesimo ristorante messicano, ormai è una costante, mangio un tacos con gamberi fritti, guacamole e pico de gallo, top!

#10 – Joshua Tree National Park

Giornata di spostamenti, lasciamo San Diego ed iniziamo il tour verso i parchi e riserve.
Dopo circa 3 ore di viaggio su strade tutte dritte per centinaia di km in mezzo al deserto, arriviamo al visitor center del parco.
Qui acquistiamo la card “America the beautiful”, una tessera che al costo di 80$ da accesso alla propria macchina ed i suoi passeggeri, a tutti i parchi nazionali americani per un anno.
Ovviamente conviene qualora si intenda visitare almeno 3 parchi, ogni ingresso infatti si aggira intorno ad i 30$.
Ci danno una mappa ed alcuni suggerimenti sui punti di interesse del parco, anche se io mi ero già documentato di mio.
Tutto il caldo che ci avevano promesso a San Diego e che non abbiamo trovato, anzi di giorno al sole si stava benissimo, mentre all’ombra e la sera a malapena bastava la felpa, lo troviamo qui, beh del resto siamo nel deserto.
Siamo attrezzati, il pieno all’auto è stato fatto, abbiamo 2 litri di acqua a testa, pringles e panini vari.

Il primo stop è alla Hidden Valley, un percorso a piedi di circa due chilometri tra rocce e yucche… infatti il parco è famoso proprio per queste. La passeggiata è piacevole anche se non incontriamo nessun animale e questo ci dispiace molto. Circa a metà percorso troviamo l’unico alberello presente sul trail e ci fermiamo sopra un masso a fare un breve pic-nic.

Risaliti in macchina, ci dirigiamo verso il Barker Dam Nature Trail, un percorso di qualche chilometro che costeggia una diga… diga chiama acqua e se c’è l’acqua sicuramente ci saranno degli animali che si andranno ad abbeverare. Siamo molto emozionati anche se il paesaggio rimane praticamente identico al primo percorso. Il sole continua a salire alto e fa molto caldo, arriviamo alla diga che si trova a metà percorso ma non c’è acqua, delusione totale.
Gli unici animali che incontriamo sono una decina di lucertole e degli arieti in lontananza arrampicati su delle rocce e comunque inavvicinabili.
Risaliamo in macchina alla volta della Skull Rock, una roccia a forma di teschio… la sosta è brevissima, il tempo di una foto. Ci sarebbero altri percorsi ma quanto fin qui descritto ha portato via un sacco di tempo, energie e fatiche.
Siamo contenti di essere stati in questo parco ma a confronto delle meraviglie viste e che vedremo in seguito, non ci ha tolto il respiro dall’emozione, a questo ci ha pensato il caldo.
La scelta di non proseguire oltre, ma del resto l’antifona era un po’ quella, ovvero che i percorsi erano tutti molto simili, è stata dettata anche dal fatto che avremmo dovuto pernottare a Kingman, città che si trova ad oltre 3 ore di macchina.
Mi rimetto alla guida e nel tardo pomeriggio arriviamo all’hotel, un quattro stelle che avevo anche cambiato in extremis perché “migliore” rispetto ad un altro che avevo prenotato.
I problemi sono i soliti: moquette stantia e non particolarmente pulita, condizionatore rumorosissimo. Per fortuna dobbiamo rimanerci una sola notte.
Ci riposiamo pochi minuti e decidiamo di mettere fine alla giornata con una pizza “pepperoni lovers” di Pizza Hut: il perché chiamino “pepperoni” il salamino, nessuno lo sa.

#09 – San Diego, giorno 2

All’indomani del granchio reale del mare di Bering, andiamo a visitare la USS Midway, portaerei americana divenuta museo.
La visita della nave prevede di passeggiare all’interno del gigantesco hangar dove sono presenti alcuni aerei d’epoca tipo spitfire; assistiamo ad una proiezione di un filmato dove vengono ripercorse alcune delle imprese che hanno visto protagonista la portaerei e che hanno segnato la storia dell’aviazione militare americana.
La visita prosegue sul ponte di volo e qui torno bambino: ci sono tutti i caccia più belli, quelli di Top Gun, il mitico F-14 Tomcat, l’F-18 e molti altri.
I ricordi vanno subito a quando ai tempi delle medie, avevo una passione smisurata per gli aerei da combattimento e passavo ore a costruire e verniciare i modellini di plastica.
Stiamo per abbandonare il ponte quando, i veterani ormai in pensione da decenni ma che erano stati imbarcati sulla portaerei, ci coinvolgono in una visita guidata del ponte di comando, delle sale macchina, delle sale operative, cucine e cabine di comandante ed equipaggio.
Il tutto è veramente molto interessante per me, per la mia compagna meno… ma la visita si sta prolungando oltre misura e rischiamo di ritardare gli altri appuntamenti della giornata; con una scusa abbandoniamo il gruppo tra lo stupore generale.
La visita alla portaerei, da mio programma, doveva durare al massimo una quarantina di minuti, invece s’è fatta ora di pranzo e muoviamo verso Hodad’s Buger, consigliatoci da una mia amica; qui troviamo una discreta fila che smaltiamo nel giro di una mezz’ora.
Il panino è imbarazzante per la sua grandezza e farcito all’inverosimile, quanto al gusto buono ma ne ho mangiati di migliori.
Prendiamo la macchina e andiamo a la Jolla Cove, una scogliera con delle calette e delle spiagge popolate da leoni marini e pellicani neri. Il panorama è veramente mozzafiato, i leoni marini si mettono in posa per farsi fotografare e non hanno il benché minimo timore ad avvicinarsi.
La cosa che però ci colpisce di più della situazione, è la puzza di questi leoni marini: è indescrivibile al punto che più di una ventina di minuti non riusciamo a sopportare: brutti puzzoni maledetti!
Facciamo anche qui una passeggiata sul lungomare e torniamo in hotel per riposarci.
La sera andiamo nuovamente ad “Old Town”, questa volta per le 19:00, i negozi sono aperti e compriamo qualche ricordo e regalino.
Siamo subito incuriositi da alcune scatolette di plastica contenti 5-6 pallette nere che saltellano istericamente facendo dei ticchettii. Di primo acchito, non capiamo bene cosa siano e dobbiamo leggere le istruzioni: si tratta di fagioli messicani saltellanti! Li acquistiamo e successivamente ci viene spiegato che all’interno è presente una specie di larva, che reagisce alla temperatura. Bisogna averne cura, non vanno esposti al sole, non vanno congelati.
Il gioco consiste nel disegnare su un tavolo dei cerchi, posizionare al centro questi fagioli che inizieranno a saltellare; si dovranno fare delle scommesse per il primo fagiolo che entrerà all’interno di questi cerchi, il gioco d’azzardo ai tempi del vecchio west…
Tra un negozio e l’altro, incontriamo nuovamente “Miguel’s” che ha un secondo ristorante, l’altro infatti era a Coronado: ci facciamo un margarida alle fragole, i soliti nacios offerti e la cevice di tonno e polpo che avevamo mangiato il giorno prima: ormai non ci serve neanche più il menu.

Quando rientriamo in hotel, nel silenzio della stanza, si sentono questi fagioli ticchettare fastidiosamente, li prendo e li posiziono nella tasca più remota della valigia. Ci dimenticheremo di loro fino a quando verranno rinvenuti una volta tornati a Roma.
Dopo averli esposti alla luce, si sono “riattivati” ed oggi li esponiamo felici e ticchettanti nella nostra libreria.

#08 – San Diego, giorno 1

Ci svegliamo abbastanza presto per andare a Coronado Beach, una spiaggia lunga chilometri ed enorme dove svetta imponente l’Hotel del Coronado, reso famoso dal film con Marilyn Monroe “A qualcuno piace caldo“.
Ci portiamo dietro costume e teli mare che non useremo, ci siamo limitati a toglierci le scarpe per immergere i piedi nell’acqua gelida dell’oceano. Qualcuno fa il bagno, ma non sono tantissimi e secondo me neanche troppo sani di testa, gli altri sono seduti in spiaggia sulle sedie pieghevoli portate da casa, di fianco le immancabili ghiacciaie portatili riempite con birre in lattina e viveri vari.
Facciamo una lunghissima passeggiata sulla battigia, l’acqua fredda è un piacere ma l’idea di farci un bagno nell’oceano ce la togliamo subito e sarà anche l’ultima volta che ci porteremo appresso telo e costumi.
Il corso principale è molto carino, si alternano negozi di gift a ristorantini. Sempre cercando su Trip, spunta fuori tale “Cocina de Miguel’s”: è subito amore e diventerà il nostro messicano di fiducia. Servono margarida con le fragole fresche, appena ti siedi ti portano un cesto di nacios caldi con due salse pazzesche, una è praticamente una fonduta con pezzi di peperoncino verde piccante. Teoricamente potresti sederti e mangiare nacios gratuitamente a volontà, visto che quando vedono il cestino semi vuoto ti chiedono se ne vuoi altri; noi dividiamo una cevice di polpo e tonno rosso con mango, cipolla cruda, succo di fragole e lime: un’orgia gustativa.
Proseguiamo con una quesadillas di astice e avocado, anche questa top ed un’enchilada con manzo, pollo, fagioli e guacamole.

Finalmente abbiamo organizzato meglio le cose da fare nei prossimi giorni e quindi possiamo tornarcene in albergo e riposarci un po’.
Ci svegliamo nel tardo pomeriggio per andare al porto, dove ormeggiata c’è la maestosa USS Midway, portaerei in disarmo divenuta un museo, che al tramonto regala delle foto mozzafiato.
Qui vediamo anche la statua “Embracing Peace”, il marinaio che bacia la fidanzata e ci facciamo dei selfie nella stessa posa con loro di sfondo.

Tra una passeggiatina ed uno scatto romantico, è di nuovo ora di cena e questa volta andiamo al “Fish Market”, ristorante affacciato sul mare che ha migliaia di recensioni positive e foto davvero invitanti. Qui realizzo un altro “sogno“, mangiare le zampe di uno di quei granchi reali visti per mesi di sottofondo prima di addormentarmi, nella docu-serie di Sky “Deadliest Catch“. Ordino “mezzo pound” di zampe di granchio reale del mare di Bering: tanto per dare un’idea, una zampa, come misura mi va da spalla a spalla, contorno di patatine fritte ed insalata coleslow, che si ostinano a mettere nei piatti e che mi pare di capire più o meno tutti lascino e delle ciotoline con olio e burro fuso.
Mi agghindano con il grembiule con il logo del ristorante e delle tronchesi per spaccare il carapace: mi metto subito a lavoro. Contrariamente a quello che si può pensare, in queste zampe c’è molta carne e la “morte sua”, prevede di inzuppare nell’olio e burro il pezzo di granchio accompagnandolo con il pane: pornografia culinaria.

Oggi abbiamo mangiato a sufficienza e goduto come non mai; torniamo in hotel e lasciamo la macchina, vogliamo andare a visitare a piedi la “Old Town”.
Saranno state le 23:00: praticamente un quartiere fantasma, ristoranti intenti a sistemare le sale per il giorno dopo e quasi tutti i negozi chiusi.
Facciamo comunque una passeggiata, il posto è carino, quando ad un certo punto in una vasta area verde con alberi e panchine, vedo delle cose strane zompettare qua e là: sono decine e decine di lepri. Sono carinissime, sul culo hanno una codina bianca che somiglia ad un pon-pon.
Non c’è storia ne vogliamo assolutamente accarezzare una ma niente: proviamo ad avvicinarle con le buone, offriamo cibo, le rincorriamo ma scappano sempre: volevamo dargli affetto ma siamo andati via che quasi ci stavano sulle palle.

#07 – da Los Angeles a San Diego

Mentre stiamo per lasciare Los Angeles, ho come l’impressione di aver visto poco e siccome mi ero segnato tra le attrattive le Watts Towers, delle torri spettrali costruite con rottami metallici, vediamo che non erano poi così lontane dal nostro motel.
Arriviamo nel quartiere, abbastanza residenziale ma decisamente abitato da persone poco abbienti, i giardini davanti a queste casette, sembrano le case di accumulatori seriali, è un posto un po’ strano, alcune sembrano quasi delle baracche altre sono dimore più dignitose.
Arriviamo davanti a queste torri, praticamente invisibili perché in ristrutturazione ed avvolte da ponteggi e teli, naturalmente non si poteva accedere e sembrava quasi che, più che in ristrutturazione, le stessero abbattendo.
Ennesimo segnale che Los Angeles non fa per noi, riprendiamo la Highway 1, destinazione San Diego.

Lungo la costa, ci fermiamo svariate volte, la prima sosta è ad “Ocean County” e già qui dovreste aver capito che siamo stati grandi fan della serie tv “O.C.”.
Qua maturo il pensiero che uno con 2-3 milioni di euro (“magari ce caschi“, direbbero a Roma), qui sarebbe veramente un poveraccio: le case sono pazzesche, a mio dire ancora più belle di quelle di Beverly Hills, molte di queste hanno accesso diretto e privato al molo, dove sono ormeggiati yacht e barche a vela da sogno.

Lasciate queste dimore idilliache, ci dirigiamo verso Victoria Beach e la sua Pirate Tower che somiglia più ad uno di quei bagni esterni costruiti a posteriori in alcuni dei nostri borghi antichi: una torre di cemento grigio a forma cilindrica, alta una ventina di metri e con un tetto a punta, poggiata su una scogliera a picco sul mare.

Le mie “stelline” dicono che dobbiamo fare sosta a San Juan Capistrano, paesino della missione spagnola, che onestamente non ci colpisce particolarmente, se non per il fatto che decidiamo di pranzare in un ristorante messicano, è l’inizio della fine: qui comincerà il nostro amore verso la cucina messicana, cevice, tacos di pesce, enchilada…

Arriviamo a San Diego e prendiamo possesso dell’hotel dove rimarremo tre notti, la struttura non è male ed ha anche una bella piscina che useremo una volta sola appena arrivati, la posizione posso dire che non era il suo forte. Si trova a 5 minuti a piedi dalla “Old Town”, un quartiere messicano con ristoranti tipici ed ambientazioni stile “vecchio west”, carino ma dove non consiglio di andare più di una volta. A San Diego le attrazioni sono tutte verso il quartiere Gaslamp.
Questo lo sapevamo, ma avevamo scelto questa struttura perché economicamente più conveniente, con il parcheggio gratuito (aspetto questo non trascurabile) e a 10 minuti in macchina da tutto il resto.
La sera andiamo a fare due passi a Gaslamp: quartiere giovane, pieno di ristoranti e locali, molto in stile “Top Gun” quando Goose e Maverick vanno in libera uscita; c’è vita, musica e si respira divertimento.