#06 – Los Angeles

Facciamo colazione con Nesquik e dei biscotti comprati al discount, ci vestiamo e muoviamo in direzione di Hollywood Walk Of Fame, la famosa strada con le stelle intitolate ai vari personaggi dell’arte e dello spettacolo. Sinceramente non è una cosa che mi attira particolarmente, ma che fai, non ci vai?
Continuiamo a scontrarci con il problema parcheggi, a parte che prima di capire se in un posto ti ci puoi mettere, devi interpretare il cartello per almeno 10 minuti: es. puoi parcheggiare dal lunedì – al venerdì 8:00-16:00, ma non il martedì e il giovedì a quella determinata ora – ci puoi sostare solo 30 minuti etc. La cosa allucinante, è che a più riprese ho chiesto aiuto a degli americani per capire se in alcuni posti potevo parcheggiare e ho desunto che c’è veramente della grande confusione in merito, la risposta standard era: “sí, penso che sia come di ci tu, ma non sono sicuro”, un tizio mi ha risposto che lui non aveva la macchina, come se questo lo giustificasse dal non saper leggere un cartello nella città in cui vive, altri alzavano le mani in segno di resa. Solo a San Diego, ho incontrato una giovane madre alcolizzata, la quale aveva il figlio sul sedile posteriore della macchina, che mi ha spiegato bene come leggerli; dico che era alcolizzata perché mentre mi parlava, mi arrivavano delle “zaffate” di super alcolico e mi sa che le “risultavo” pure, inequivocabile segnale dell’aver alzato il gomito.
La cosa principale da capire è: se il cartello dice che puoi parcheggiare 2 ore dal lunedì al venerdì dalle 8:00 alle 16:00 per esempio, significa che dalle 16:00 in poi, sabato e domenica, ce la puoi lasciare quanto ti pare! Pensandoci, anche da noi è più o meno così, ma i cartelli sono decisamente più intuitivi e leggibili.
Fatto sta che parcheggiamo in un posto dove paghiamo, ma non possiamo rimanere tanto, per cui passeggiamo lungo la strada, facciamo qualche foto alla stella di Britney Spears e torniamo alla macchina.
Soddisfatta questa “necessità”, andiamo a Beverly Hills per la foto davanti alla famosa scritta, riprendiamo la macchina e giriamo tra le villone: nulla da dire, spettacolari.

Ci dirigiamo verso Santa Monica e qui, come previsto, è un delirio di gente e di macchine che affollano il lungomare, optiamo quindi per parcheggiare in un multipiano.
È già ora di pranzo e ci mettiamo alla ricerca di un posto che faccia la zuppa di vongole; ne troviamo uno nei pressi del molo, quello dove ci sono la ruota panoramica e le montagne russe.
Io sono contrariato e pensieroso per una problematica che ho involontariamente creato e che non posso raccontare in questa sede, ho paura che mi vengano addebitati dei costi: ci manca solo questo.
Ci portano ‘ste due zuppe e sarà stato a causa del malumore, ma non ce le siamo gustate, tanto che ordiniamo solo quelle per poi andarcene, non è da noi.
Facciamo una passeggiata sul molo e non so quantificarle, ma la mole di persone che vi camminavano, può assomigliare a quella che si vede uscire alla fine di una partita allo stadio.
Sul molo, dei cartelli improvvisati, avvertono di rimanere tranquilli se dovessimo vedere gruppi di persone urlanti scappare e correre in varie direzioni: la 20th Century Fox, sta girando un “disaster movie” sul molo di Santa Monica! Ci mettiamo dietro alla zona delimitata ed assistiamo ad un paio di “take” di questa scena “apocalittica”. Devo dire che questi figuranti sono delle “scarpe”, si limitano a fare una sorta di corsetta strillacchiando qua e là, ho la presunzione che sarei stato più convincente.

La prossima tappa prevede di fermarci ad un centro commerciale, a me non va molto, quindi aspetto la mia compagna appoggiato ad un pilone di quelli che impediscono alle macchine di entrare nelle strade pedonali.
Prendiamo nuovamente la macchina per andare a Venice Beach, adoriamo la serie tv “Californication” e non possiamo perderci questa location.
Il sole ha iniziato a tramontare e la vista delle casette con il proprio molo privato, i ponticelli di legno sopra i canali, le paperelle e gli immancabili scoiattoli, ci regalano scorci unici e momenti romantici in un luogo che rimarrà per sempre magico nei nostri ricordi.

Da qui raggiungiamo a piedi l’Ocean Front Walk, la famosa strada di palme e ciclabili dove nei vari film e nell’immaginario collettivo, si vedono passeggiare “figaccioni” con il surf sotto l’ascella manco fosse una baguette e pin-up sui pattini dalle scollature generose. La spiaggia è immensa, il sole sta per tramontare sullo sfondo delle torrette di legno dei baywatch.
Sempre a ridosso della spiaggia, ci fermiamo ad osservare gli skaters che fanno acrobazie in piscine di cemento vuote, si sfidano, si scontrano i pugni quando si danno il cambio tra una sessione e l’altra, qualcuno cade e viene incoraggiato dagli spettatori, altri sono dei fenomeni.

Avremmo avuto bisogno sicuramente di una giornata in più per andare all’osservatorio Griffit, Bel Air ed agli Universal Studios (con ingresso di quasi 100€ a persona!), vedere molto altro che avrebbe magari cambiato le mie impressioni a pelle, ma devo dire che, ad eccezione di Venice e Santa Monica, Los Angeles non mi ha entusiasmato: è abbastanza sporca, oserei direi ipocrita per via di quelle “isole” di ricchezza ed ostentazione, da cui poi giri l’angolo e vedi decine di disperati, baracche e sporcizia. Quantomeno noi a Roma, almeno nel momento storico in cui scrivo, siamo più coerenti: le strade non sono “piene di buche” ma sono sterrate ed il degrado è un po’ ovunque.

#05 – da Lompoc a Los Angeles

Il letto comodissimo ha fatto il suo corso e la mattina ci svegliamo molto riposati. La colazione è compresa, alla carta, molto varia ed ottima. Io prendo un’omelette con tutto quello che ci si poteva mettere, pane tostato e bacon, una spremuta e la solita cioccolata calda.
Mentre facciamo colazione assistiamo ad una scena memorabile.
Al tavolo di fianco al nostro, si siede una famiglia di persone obese a livelli molto gravi, per capirci quelle della docu-serie “Vite al limite” su Realtime. Non vi nego che ho avuto curiosità di vedere cosa mangiassero per colazione, anche se considerando cosa mi ero mangiato io poco prima, sarebbe stato opportuno occuparmi dei miei affari: non avevano nulla di che, anzi dietetico: cornflakes, latte e yogurt.
Il pensiero è andato subito al dottor Nowzaradan. Non faccio in tempo a fare questa associazione che entra un tipo con in mano una torta panna e fragole gigantesca, enorme. Si avvicina alle tizie, di cui ripeto, una camminava con un bastone per quanto ahimè fosse obesa e gli dice: “scusate, io ieri ho fatto una festa e mi è avanzata questa torta… la volete?” – “Share with the crowd!” (Dividetela con la “folla” – gli altri!).
La scena è stata da film, si vede la più grassa di tutte che con un’espressione di chi ha vinto 1.000.000 € al gratta e vinci, poggia tutto il braccio sul tavolo ed in un solo gesto, sparecchia tutti i buoni propositi e le direttive del dottor Nowzaradan. Inutile dire che “the crowd” non ha visto manco una fetta!

Riposati e dopo la ricca colazione, andiamo a Santa Barbara e visitiamo la chiesa della Missione, una chiesa in stile ispanico dove stavano dicendo messa.
Successivamente saliamo sulla torre dell’orologio del Country Courthouse, edificio sempre in stile ispanico da cui si gode di una bella vista sulla città. L’idea di parcheggiare sul lungomare l’abbandoniamo subito, parcheggiamo verso l’interno della città, non molto distanti.
Mentre ci avviciniamo a piedi verso il lungomare, ci imbattiamo in uno stand pazzesco: aveva dei ricci di mare di dimensioni mai viste e soprattutto faceva dei “lobster roll“, panini con l’astice, che alla sola vista non c’è stato bisogno di dire nulla: avevo già in mano 20$. E’ inutile che stia a spiegare la bontà di questo pane tostato alla piastra con mezzo litro di burro, riempito con pezzi interi di astice anche questo “ribadito” con ettolitri di burro, spruzzata di limone ed erba cipollina.

Passeggiamo sul lungomare ed imbocchiamo il famoso pontile, molto affollato: i ristoranti di seafood sono strapieni, si parla di ore di attesa, in particolare in quello che avevamo segnato. Capiamo comunque, che questo pontile con i suoi ristoranti, per quanto bello, è molto turistico; consultando Trip, troviamo un altro ristorante, il Brophy Bros., sempre su un molo, ma dalla parte opposta del lungomare. Passeggiamo tra la spiaggia e la ciclabile dove svettano palme altissime, percorrendo circa 3 chilometri; anche questo ristorante è pieno, c’è da aspettare almeno 30 minuti, ma a questo punto decidiamo di attendere. Non né passano neanche 10 che veniamo “buzzati“.
In molti locali, ma da qualche tempo anche in Italia, mentre sei in attesa del tavolo, ti danno un buzzer, un disco di plastica che quando è pronto il tavolo, inizia a vibrare e lampeggiare.

Qui mangiamo una zuppa di vongole, la New England Clams Chowder, piatto tipico un po’ in tutta la California, davvero spaziale.
Da quel momento, la ordinavamo in ogni ristorante, anche perché in molti prevedono di darla come antipasto in una piccola tazza oppure al piatto, servita come main course; l’abbiamo cercata e ricercata, apprezzata anche altrove, ma mai più buona come questa. Ordiniamo anche degli antipasti di pesce crudi e cotti, insomma una “fracca” di roba come al solito.
L’itinerario della giornata, avrebbe previsto di passare per Santa Monica prima di arrivare a Los Angeles, ma avendo fatto un po’ tardi ed essendo stanchi per le ore di macchina e le lunghe passeggiate, decidiamo che andremo a Santa Monica l’indomani.

L’arrivo a Los Angeles è stato veramente traumatico, ci siamo ritrovati in un punto dove ci saranno state almeno 20 corsie di autostrade, con macchine che sfrecciavano a destra e sinistra, decine di uscite, sopraelevate ovunque… perfino il navigatore non sapeva come suggerire le uscite che erano troppo vicine tra loro e ricalcolava il percorso a loop: devo dire che è stato uno dei pochi momenti di panico mentre ero alla guida.
Non avevo visto ancora nulla di Los Angeles e già esclamavo: “a me sta città, già mi sta sul *****, ehm, non mi piace!”.
Arriviamo nel pomeriggio al motel a 10 minuti dal centro, il posto è nuovissimo, molto bello, ma la zona effettivamente lascia un po’ a desiderare. E’ una specie di “ghetto” messicano, non senti parlare inglese e le facce non sono propriamente rassicuranti. Lì vicino c’è un discount, la sera ci andiamo a comprare la colazione (non compresa nell’hotel) e veniamo guardati con una certa diffidenza, le cassiere però sono gentili.
La stanza è bellissima, ho avuto l’impressione di essere il primo cliente, ma ci scontriamo con un problema che è stato una costante di tutto il viaggio e che sinceramente non mi spiego: i condizionatori, anche se nuovi, sono dei “mammatroni” giganteschi, non appesi in alto al muro come da noi, ma messi in basso come termosifoni ed attaccati al letto. Il rumore è insopportabile e la regolazione impossibile, anche se metti al minimo ti surgeli, non puoi direzionare le alette che sono fisse e se spegni fa caldo, questo praticamente in tutti gli hotel.

#04 – da Monterey a Lompoc

Ci svegliamo, la colazione prevede di andare alla reception, prendere una bevanda e qualche dolcetto fatto in casa da dentro una specie di “tupperware”, il tutto da consumare in camera, lì infatti non c’è spazio. Scegliamo degli ottimi muffin al cioccolato e due cioccolate calde, il caffè non ci piace e tutte le nostre colazione saranno a base di cioccolato.
Prima di partire mi salvo qualche tappa offline e prendo nota di un centro commerciale dove è presente uno store AT&T, non ci sono alternative: oggi dobbiamo risolvere il problema telefono.
Arrivati al negozio, spiego per l’ennesima volta la problematica, i ragazzi provano nuovamente svariate configurazioni fino a quando si arrendono definitivamente. Compriamo quindi un cellulare, il più “scrauso” che supportasse Maps ed Android-auto. Questo scherzo, telefono più SIM, ci costa circa 100€. Il cellulare è una vera “ciofeca”, si impalla di continuo e prima di avviarsi ci mette un po’, sarà fonte di ulteriori madonne, ma comunque farà il suo dovere; finalmente posso essere più sereno: diciamo che la mia vacanza è iniziata qui.

Monterey, Lovers ParkRaggiungiamo Monterey, carinissima, tutta di legno, piena di ristorantini di “sea food” e che sicuramente la sera deve essere caotica; dopo una veloce passeggiatina sul lungomare, riprendiamo la macchina per andare a Lover’s Park, un parchetto a picco sul mare dove in mezzo agli scogli è pieno di scoiattoli, una vera costante americana. Le persone gli danno da mangiare, loro non hanno paura, sono tenerissimi e con le mani in preghiera, rosicchiano bruscolini e briciolette varie; sono adorabili e rimaniamo ad osservarli per parecchio, scattiamo foto.

Il programma prevede di percorrere la “17 Miles Road”, una strada privata panoramica che costeggia il mare, appunto per circa 30km, passando per Pebble Beach. In questa riserva è pieno di case milionarie che affacciano sul mare, decine di campi da golf, spiagge bellissime, ciclabili infinite… tutto maniacalmente curato. L’ingresso costa 10$ a macchina e questo rimarrà l’unico pedaggio stradale pagato in tutta la vacanza.
Raggiungiamo ed immortaliamo il “Lone Cypress”, un cipresso enorme cresciuto tra gli scogli.
Ci fermiamo per una passeggiata a Carmel By The Sea, paesino sempre sul mare pieno di negozietti e botteghe artigianali.
Imbocchiamo la famosa Highway 1, la superstrada che parte da San Francisco ed arriva fino a San Diego costeggiando per gran parte il mare, stupenda.
Attraversiamo il Bixby Creek Bridge, un ponte di cemento che in molti, noi compresi, si fermano a fotografare in un’apposita area di sosta.
Le ore di guida proseguono attraverso paesaggi e scorci sul mare meravigliosi, attraversiamo il Big Sur dopo esserci fermati a scattare qualche foto al Mcway Falls, una spiaggia incontaminata ed inaccessibile da terra, che è possibile osservare dall’alto e la cui particolarità è una cascata che finisce proprio sulla spiaggia.

Inizio a preoccuparmi della benzina, guido da ore e non ho ancora visto una stazione di servizio. Questa è un’ulteriore informazione imparata sul campo, o meglio sapevo che essendo le distanze enormi, devi sempre partire con il serbatoio pieno, ma disconoscevo per esempio che lungo le autostrade non troverai mai una pompa di benzina, queste infatti si trovano solo nei centri, nelle cittadine e nei paesini. Quando devi fare benzina, devi uscire dall’autostrada, la cosa è ovviamente segnalata, ovvero prima di un’uscita viene indicata la presenza delle stazioni e dei ristoranti, però diciamo che per noi la cosa suona strana: dover uscire dalla strada per fare il pieno.

In occasione del primo rifornimento, chiedo al cassiere dello store un posto dove mangiare e mi dice che lì, in quel tratto, non c’è molto a parte il “river inn”, parcheggiamo ed entriamo nel ristorante pensando che sia al chiuso. Ci fanno attraversare la sala e ci portano su un patio di legno esterno dove pranzeremo, che affaccia sul “river”, da qui il nome del posto, dove i clienti del motel, oziano su delle sedie in legno “parcheggiate” in mezzo al fiume; l’acqua gelata è alta al massimo 20 cm, una cosa fantastica: dei veri salottini di legno con i piedi immersi al fresco.
Mangiamo il nostro BLT (Bacon Lattuce & Tomato) con delle patatine fritte dolci ed una bella coca gelata. In America ogni bevanda analcolica prevede il refill, come vedono il bicchiere vuoto te lo riempiono finché non dici basta.

Guido da svariate ore ma non c’è stanchezza, gli scorci ed i panorami sono meravigliosi ed il fatto diSan Simeon fermarsi spesso e per poco tempo, smorzano bene i chilometri percorsi.
Lungo la strada ci fermiamo a San Simeon dove sulla spiaggia sono presenti tonnellate e tonnellate di elefanti marini, che sarebbero specie di foche gigantesche con il famoso naso che “pare una frappa moscia”: stanno tutto il giorno ammassati l’un con l’altro, litigano, rottano, urlano e si tirano la sabbia addosso… una vita fantastica!

Arriviamo a Morro Bay, famosa per un monolite enorme in mezzo al mare, purtroppo è calata una nebbia molto fitta e non si vede la cima. Anche questo paesino è pieno di ristorantini di pesce e negozietti. E’ quasi l’ora di cena e manca ancora un’oretta per arrivare all’hotel, non abbiamo fame, anzi stiamo ancora digerendo il BLT ma individuiamo un posto elegantino dove si cena su un pontile sul mare, famoso per la sua zuppa di pesce. Entro ma mi dicono che ci vogliono almeno 45 minuti per avere un tavolo, da una parte siamo sollevati: avremmo mangiato esclusivamente per gola e forse non avremmo apprezzato.
Ci rimettiamo in macchina e arriviamo a Lompoc, facciamo il check-in. La camera è enorme, molto bella e con un letto con un materasso che sarà stato alto 25cm… ed infatti lo ricordiamo come il letto più comodo di tutta la vacanza.

Monterey Monterey 17 Miles Road Carmel By The Sea Highway 1 Bixby Creek Bridge San Simeon Morro Bay

#03 – da San Francisco a Monterey

Contrariamente a quanto suggeriscono in molti, Union Square, è vero che è il centro di San Francisco, ma non è la zona più bella. Quasi tutti gli hotel non hanno doppi vetri ed il frastuono della notte tra sirene della polizia, ambulanze, unito a qualche schiamazzo qua e là, non lo rende un quartiere tranquillo.
La mattina ci svegliamo, facciamo il check out e molliamo le valige alla reception. La cosa più importante della giornata, oltre a ritirare la macchina alle 11:00 da Alamo, è quella di risolvere il problema connettività del telefono, dobbiamo necessariamente acquistare una SIM americana per avere la possibilità di usare il telefono come navigatore, seguire tutti gli itinerari salvati, raggiungere le famose “stelline” di Google Maps e consultare Tripadvisor per decidere dove mangiare.
Andiamo spediti al primo negozio AT&T, sapendo già che a differenza della Thailandia dove la SIM per un mese l’avevamo pagata circa 5€, qui sarebbe costata 65€. Non si sa bene il motivo, ma in questo enorme store ci sono pochi commessi ed ogni cliente che si siede per fare i propri acquisti, quasi tutti in cerca di SIM, ci impiega una media di 20 min… in poche parole prima di essere serviti passa quasi un’ora.
Arriva il nostro turno, rivediamo bene il piano tariffario, i costi e tutto. Pe fortuna prima dell’acquisto, il flemmatico commesso vuole fare una prova di funzionamento della SIM sul nostro telefono… ve la faccio breve, dopo una mezz’ora di qualunque tentativo e dopo aver chiamato altri colleghi a supporto, non riesce a farla funzionare sul mio telefono che non vuole saperne di agganciarci alla rete.
Responso: “AT&T probabilmente lavora con delle frequenze diverse da quelle supportate, provate ad andare da Verizon (altro operatore americano)”.
Siamo già alla prima “madonna” ed infastiditi dall’aver sprecato quasi due ore di tempo per non aver risolto nulla, facciamo una veloce ed insofferente colazione in piazza a Union Square. Andata per traverso la colazione, troviamo un negozio Verizon. Ormai sono padrone della problematica e senza perdere tempo dico al commesso che vogliamo acquistare una SIM ma da AT&T abbiamo avuto problemi e prima di farci perdere ulteriore tempo, di verificare subito se le loro schede funzionano sul mio telefono. Il tipo è molto sveglio e prende una SIM di prova, niente, anche con Verizon non funziona… ci dice di andare a provare da un terzo operatore T-Mobile.
Intuisco già come potrebbe andare a finire e chiedo i prezzi del telefono più economico disponibile che mi dia la possibilità di usare Maps; mi propone un Samsung J qualche cosa che comunque insieme alla SIM arriva a circa 200€.
A questo punto sono proprio nel panico, nel senso che per noi avere ‘sto cavolo di cellulare è fondamentale… e l’ipotesi di buttare questi soldi non mi piace per niente; inizio a pensare all’acquisto di un sim-router portatile, ma anche questa ipotesi naufraga.
Troviamo il negozio del terzo operatore, gli descrivo il problema e questo molto velocemente verifica tramite codice IMEI che il nostro telefono non è compatibile con le frequenze americane.
Vi starete chiedendo: “ma non potevi provare con il telefono della tua compagna?” – “certamente!” e qui apro una parentesi.
Qualche mese prima, avevo dovuto cambiare telefono ed essendo della scuola che più di 300€ non mi va di pagare un telefono, avevo adocchiato questo Honor 10 View Lite che monta tutti componenti Huawei, mega processore, parecchia ram, tanta memoria, belle foto e bell’estetica. Riesco addirittura a pagarlo 230€, lo uso per diversi mesi e posso dire di esserne entusiasta.
Nei mesi a seguire consiglio e faccio comprare questo telefono a mia sorella, alla mia compagna ed anche ad un mio amico, il cui figlio piccolo, dopo qualche settimana, prende il suddetto telefono e glielo tuffa nel water. Il mio amico si era trovato molto bene e ne acquista un secondo.
Insomma ne ho fatti vendere cinque nel giro di qualche mese, credo che Honor mi debba riconoscere qualcosa non credere?
Questo per dire che anche la mia compagna ha lo stesso telefono che, comunque abbiamo provato a far funzionare con le SIM americane, ma purtroppo lavora su altre frequenze. Questa cosa, per dovere di cronaca, non centra nulla con il “ban” di Trump nei confronti di Huawei, anche perché ho visto che in un negozio venivano venduti telefoni Honor, probabilmente specifici per il mercato americano.

In tutto questo si sta facendo tardissimo, alle 11:00 dobbiamo andare da Alamo a ritirare la macchina.
Decisamente preoccupato e contrariato, andiamo a ritirare l’auto. Chiediamo se possono darci un sistema di navigazione ma costa una cosa come 35$ al giorno che per 18gg di noleggio auto te lo compri tre volte.
Che poi a dirla tutta, già a Roma avevo pensato che poteva essere utile avere un navigatore di “backup” e mi ricordavo che a casa di mio padre ce ne fosse uno; infatti c’ero anche andato appositamente ma non lo avevo trovato e purtroppo questa che era stata un’ottima intuizione era morta lì.
Ci consegnano la macchina, una Jeep Compass nuova fiammante ultra accessoriata… bellissima.
Essendo il parcheggio in America, ed in particolare a San Francisco, qualcosa di costoso e complicato, avendo appena ritirato la macchina, decidiamo di partire e di risolvere il problema più avanti essendoci salvati gli itinerari offline, previsti per la giornata, alla prima wifi che avevamo trovato.
In tutta questa sfiga/mala-organizzazione su una cosa ci ha detto veramente bene, la macchina è dotata di un gran bello schermo con installato Android-auto; e qui mi rendo conto di come sia stato superficiale nell’aver pensato di potermi fare tutti i km che avremmo fatto, facendo tenere il telefono in mano alla mia compagna, seguendo le strade sullo schermo del telefono …un’assurdità totale.
Collegando il telefono al computer di bordo, Maps si vedeva meglio di un navigatore di serie. Quindi il prezioso consiglio che mi sento di dare e che avrei gradito: portatevi più telefoni di marche diverse, un navigatore offline di backup, quelli del decennio scorso che si collegano all’accendi sigari e che tutti, tranne a casa di mio padre, hanno buttato in qualche cassetto. Fondamentale è accertarsi in fase di prenotazione della macchina che sia presente Android-auto.
Usciamo da San Francisco, il viaggio on the road comincia… ma l’umore è “blue”.

La prima tappa è il quartier generale di Facebook, non resistiamo a non farci la foto davanti al mega pollicione del like all’ingresso del quartiere… sì, avete capito bene, non si tratta di semplici uffici ma di un vero e proprio complesso di edifici. I dipendenti si spostano con delle biciclette messe a disposizione dall’azienda disseminate per tutto il quartiere, chiunque può prenderle e mollarle dove crede. La foto richiede un po’ di tempo, c’è una fila di “pellegrini” da rispettare ed in tutto questo si è fatta anche ora di pranzo.
Certo che a vedere questi uffici, le facce dei dipendenti, il clima che si respira… sembra tutto meraviglioso e ti domandi come possa essere lavorare per un’azienda così. I confronti con l’Italia sono ingenerosi, meglio non pensarci neanche.

Vediamo una catena di hamburger, “Jack in the Box” che non si sa bene il perché io mi ostinerò a chiamare ogni volta che la incontreremo “Jack in the Ass”, la quale non ci soddisfa particolarmente, molto meglio Burger King sinceramente.

Salutato Facebook, ci dirigiamo verso la Stanford University: se Facebook ti insinuava il tarlo di come sarebbe lavorare lì, la Stanford ti fa venire voglia di studiarci. Anche qui parliamo di un vero e proprio quartiere in stile ispanico, con colonnati, torri e tanto verde. E’ talmente grande che non riusciamo a vederla tutta, camminiamo come se ci trovassimo a Villa Borghese e anche qui, tutti si muovono in bicicletta, ci sono fontane, alberi e caffetterie… si respira pace e serenità.
Andiamo allo store dell’università e facciamo il primo acquisto: una borraccia termica con i colori e le effigi della Stanford che, acquistata come souvenir, diventerà indispensabile per tutto il viaggio. Mantiene l’acqua fredda per 24 ore ed anche lasciandola in macchina sotto il sole, trovavi sempre l’acqua gelata.
Per un certo periodo confesso che ho guardato di sbieco il mio collega a lavoro che già da diversi mesi si portava dietro tutti i giorni ‘sto bombolotto; dopo averla utilizzata per tutto il viaggio, adesso che sono rientrato a lavoro, anche io me ne porto sempre una dietro riempita con il tè.
Dopo aver girato in macchina per Palo Alto, il bellissimo e curatissimo quartiere residenziale dove orbitano tutte le grandi multinazionali dell’IT, andiamo a Mountain View: voglio andare da Google!

Il “complesso” di Google è ancora più grande di quello di Facebook e anche qui ci sono le biciclette messe a disposizione dall’azienda, sono centinaia disseminate ovunque. Non resistiamo e ne prendiamo due, iniziamo a girare e le sensazioni sono le medesime provate da Facebook, oltre al fatto che qui c’è il campo da beach volley, una zona solarium con dei lettini e tavoli per pranzare.
Catturano la mia attenzione dei grossi caravan parcheggiati tipo quelli dove dormono i circensi che offrono servizi vari: c’è il “Dental” caravan e quello del barbiere… cioè in pausa pranzo puoi decidere di tagliarti i capelli o farti un’ablazione dentale: non è fantastico?

La prossima tappa è Santa Cruz, siamo in mega ritardo è pomeriggio inoltrato, la storia irrisolta del telefono ci ha fatto perdere tantissimo tempo, passiamo davanti al lungomare e vediamo decine di posti carinissimi, ristoranti di frutti di mare, birrerie e localini… musica. Anche qui parcheggiare non sembra semplicissimo e quindi decidiamo di andare verso il corso principale a circa un paio di chilometri dalla spiaggia e dal mare, sempre in cerca di un negozio di telefonia. Lasciamo la macchina nel parcheggio di un supermercato ed incamminandoci per i negozi e chiedendo a dei poliziotti, capiamo che lì oggi non risolveremo la problematica.

E’ quasi ora di cena quando passiamo davanti ad un ristorante thailandese che sembra una bettola tenuta bene, mi aggancio ad un wifi aperto e vedo che su Trip è molto quotata, decidiamo di fermarci… qui mangeremo dei soba (spaghettoni) gamberi e verdure davvero spettacolari; inizialmente avevamo preso una porzione da dividere insieme ad un piatto di Gyoza di pesce, finito questo ne ordiniamo un’altra.
Sono le 20:00 di sera e prima di arrivare a Monterey dove pernotteremo, manca un’oretta di macchina. Mi rendo conto che il check-in per la stanza è fino alle 22:00, ci piacerebbe fermarci di più a Santa Cruz ma non vogliamo rischiare. Mi dispiace molto, per quel poco che abbiamo visto era veramente carina e avrebbe meritato di trascorrerci più tempo…

Arriviamo al motel prenotato appena fuori da Monterey, il titolare è estremamente gentile, dalla “reception”, un piccolo bancone posto in una stanza antistante la porta di casa sua lasciata socchiusa, si intravedono decine di statue e raffigurazioni buddiste, giardini zen e tempietti. La stanza del motel lascia un po’ a desiderare, l’odore stantio della moquette, i tubi dell’acqua che scorre del vicino di stanza sono rumorosi e appena entrati in camera la prima cosa che vedi è una tavola da stiro appesa al muro…

#02 – da Roma a San Francisco

Chiedo al collega se mi può fare la gentilezza di venirci a prendere a casa e portarci all’aeroporto.
Di solito non mi va di rompere le scatole a familiari ed amici per accompagnarmi, ma facendo un rapido conto di quanto sarebbe venuto a costare il parcheggio all’aeroporto per più di venti giorni, oltre 100 €, ne approfitto volentieri.
Mentre scendiamo da casa con le valige, arriva un messaggio della Norvegian… il volo è in ritardo di 3 ore.
È troppo tardi per tornare indietro e poi “metti che anticipano”: guarda che palle oh, l’unico viaggio intercontinentale dove siamo riusciti a prendere un diretto, porta già 3 ore di ritardo.
A parte le inutili ore di attesa in aeroporto, il volo dura circa 12 ore e devo dire che avendo visto 3 film e sonnecchiato qua e là… alla fine il tempo è passato senza troppi problemi.
Arriviamo a San Francisco e dall’aeroporto (OAK) prendiamo il Bart, una metro che ci porterà in città vicinissimi a Union Square dove abbiamo l’albergo.
La metro arriva subito e avendo delle valige abbastanza grandi entriamo nell’ultima carrozza, quella più vicina al punto da cui siamo arrivati. La carrozza non è il massimo come pulizia ed insieme a noi entra una “ciaciona” di colore con le treccine a cui mi affido subito per avere l’ennesima conferma che questo treno ci avrebbe portati direttamente a Union; la tizia me lo conferma, si stravacca su un sedile che era per tre persone e si accende una bella canna.
Pur essendo un po’ distante da noi, il fumo ci arriva addosso e penso: ”ora ci si impregnano i vestiti e ci fermerà sicuramente un cane alla prossima stazione”.
Devo aver fatto una faccia un po’ disgustata, tanto che la tizia a quel punto ci guarda e ci chiede se ci dia fastidio: “No, It’s Ok…” – le rispondo, ti pare che mi vado a mettere contro la molossa che istericamente continuava ad arrotolarsi le treccine?
…”cominciamo bene!

Non vediamo l’ora di arrivare in hotel, più che altro per stenderci due secondi sul letto, toglierci le scarpe ed eventualmente una doccia anche se crediamo che nessuno dei due avrà la forza. Tra una cosa e l’altra arriviamo in camera che sono le 19:00 di sera ma per il fuso per noi sarebbero le 4:00 di notte.
La stanza di questo 3 stelle non è il massimo, purtroppo a San Francisco o spendi oltre 200€ a notte, noi questo un po’ così lo abbiamo pagato 160€, o i posti lasciano molto a desiderare. Purtroppo stanno in fissa con ste cavolo di moquette che nel 90% dei casi hanno odori stantii (quando dice bene) e con condizionatori rumorosissimi.
Alla fine decidiamo che la cosa migliore è non riposarci, cenare subito e andare a dormire in modo che la mattina ci saremmo sicuramente svegliati molto presto.
Facciamo la cazzata di dire: “vabbè troviamo qualcosa qua sotto” senza cercarlo prima su Trip… usciamo in strada ed ovviamente non abbiamo connessione internet.
Entriamo in un paio di posti ma uno puzzava di piscio, un altro non ci convinceva… in tutto questo iniziamo ad addentrarci e camminare per delle vie perdendo un po’ di tempo, abbiamo fame ed iniziamo a stancarci… domani sarà fondamentale acquistare come preventivato la SIM dati americana per avere sempre connessione e poter visualizzare strade, tragitti ed i miei punti di interesse salvati su Maps, i ristoranti.
Alla fine troviamo un classico hamburgheraro, il posto è bruttarello ma il panino non è niente male.

Tornando in hotel, San Francisco si rivela subito nella sua contraddizione più evidente: sei a Union Square considerato il centro, gli hotel costano tanto, è pieno di negozi e di turisti… e la notte le strade si riempiono di homeless.
Il problema qui però non è che si tratta di “semplici” disperati senza lavoro o senza casa, la maggior parte sono persone con grossi problemi mentali, pisciati e cagati sotto che muovono carrelli con le loro sporcizie e si accampano dove possono: la città ne è piena, una via la vedi linda e pinta, giri l’angolo …lo schifo.